Sarrismo e fideismo

Il bisogno eterno di Masaniello...

 

Di Valeria Iuliano

 

Il Sarrismo

Il sarrismo è un fenomeno che merita approfondimenti: sul piano tecnico-tattico e sociale.
Nel primo caso, contrariamente a quel che pensano in tanti, non si parla di innovazione tattica, perché la Scuola italiana si è evoluta su certi concetti prima ancora dell’approdo di Sarri in Serie A, ma il tecnico partenopeo è stato senz’altro colui che è riuscito a rappresentare in modo continuativo una certa idea di calcio nella massima serie del nostro campionato.
In questo, ritengo fondamentali gli uomini a disposizione, perfetti per quel tipo di calcio: la  Scuola spagnola lavora molto di più di quella italiana sugli aspetti tattico-tecnici individuali, anziché collettivi;  non è un caso, infatti, che Callejon sia ritenuto da Sarri, Spalletti e altri tecnici il calciatore più intelligente tatticamente del nostro campionato; lo stesso Reina è parte integrante della squadra, perfettamente inserito  nel contesto tattico-collettivo: il Napoli, più di altre formazioni, ha giocato davvero in 11, quando in realtà – da sempre – i numeri 1 sono considerati diversi, quasi estranei al resto del gruppo, come se si parlasse di “10 giocatori più 1”.
Max Weber definirebbe il ruolo del portiere moderno come colui il quale è in grado di agire secondo due differenti universi etici: l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità.
Sarà fondamentale, infatti, nel prosieguo del progetto tecnico, individuare il profilo più completo, capace di integrarsi al meglio nella filosofia di gioco.
Contrariamente alle convinzioni dilaganti, è nel reparto difensivo che il Sarrismo trova la  sua più alta espressione: il principio di orientamento sulla palla, sebbene applicato in altre zone di campo, è maniacalmente curato per il reparto difensivo.
Sono tantissimi gli esercizi e le esercitazioni che Sarri prevede sin dal pre-campionato per allenare la difesa a 4.
Nella lettura delle palle lunghe (la più complicata!), l’avversario – in forma passiva -,  lanciando palla, permette alla difesa di agire nel seguente modo: scendendo a palla scoperta, un difensore rompe la linea difensiva attratto dalla palla, gli altri vanno in copertura (sarebbe più corretto dire in presenza di un avversario attivo: uno attacca la palla, rompendo la linea difensiva, l’altro va in copertura e i restanti due si allineano).
I giocatori, a lungo andare, ragionano con un’unica testa: tutti leggono perfettamente, allo stesso modo, la velocità della palla e al medesimo “ritmo” scendono insieme. Mai asincroni.
È questo il capolavoro di Sarri: togliere la profondità attraverso un essere dalle sembianze quasi mitologiche, 8 gambe e un’unica testa.
Se da un lato l’aspetto propriamente tecnico risulta affascinante, in quanto perfettamente traslato dalla teoria alla pratica, terrificanti sono le conseguenze a livello sociale, che attecchiscono attraverso radici storico-culturali ben definite.
SARRI COME MASANIELLO
Sarri, che nell’immaginario collettivo rappresenta l’uomo umile, schivo, poco amante delle luci della ribalta, entra perfettamente nelle vesti di capopolo, come fece nel lontano ‘600  l’umile pescivendolo di Vicolo Rotto,  Tommaso Aniello detto Masaniello.
Chiunque osi avanzare critiche all’ operato di Sarri diventa nemico di un popolo, che si schiera – con  ferocia – dalla parte del “Comandante”.
Masaniello, contrariamente al Nuovo Capopolo, trovò consensi grazie al suo bisogno di libertà, quella stessa libertà negata a lungo dal governo spagnolo e che l’ideologia sarrista oggi nega a coloro che in nome della libertà d’espressione manifestano le proprie idee, con conseguenti minacce di morte attraverso i più comuni canali informatici.
“Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”  cit. George Orwell.
Lasciate che il Sarrismo sia ricordato per la bellezza calcistica, senza macchiarlo di qualsivoglia inopportuna negatività.

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