Ricordi di un Parma Napoli del 1993

Il 1993 fu per me l’anno della perdita dell’innocenza calcistica.

Io che ero cresciuto a pane e Maradona, mi ritrovai a tifare per una squadra indebitata fino al collo.

Vasco Rossi cantava “Delusa” ma i veri delusi erano i tifosi del Napoli che di colpo dovettero dire addio ai gioielli di famiglia.

Partirono contemporaneamente Gianfranco Zola, unico al mondo a non sembrare blasfemo con la Dieci di Dio e Massimo Crippa.

Partirono in direzione Parma, verso quella società emiliana, dapprima vista con simpatia e poi vista con incredulità.

Nel giro di tre anni il mondo calcisticamente si era ribaltato. Chi scrive non nega di aver apostrofato Aurelio in tutti i modi, negli inverni dei Grassi e Regini, dei Machach, ma quel periodo chi se lo scorda

Il Napoli quell’estate si diede alla questua tra i vari club rimasti ricchi. Una povertà giunta inaspettata, come una malattia e io, ingenuo come tutti i liceali, ancora guardavo al Milan senza sapere che domeniche avrei vissuto.

I titoloni del Corriere dello Sport di un anno prima che promettevano ora Bergkamp ora Stoichkov, un lontano ricordo.

Ci si arrangiava: con Buso, ex centravanti stellina dell’Under 21 ed enfant prodige della Juventus, ora riciclatosi da tornante di fatica.

Venne Di Canio, destrorso politicamente, capasciacqua ma talento debordante, che a Torino dopo la Lazio non aveva confermato le attese.

Un giovane studentello di giurisprudenza, Fabio Pecchia da Formia.

Un libero che scimmiottava Laurent Blanc, in realtà risultando più efficace dell’originale, ossia Giovanni Bia.

Un regista allora di cristallo, Eugenio Corini, che avrebbe offerto il meglio di sè dopo la trentina a Palermo.

Un mediano di corsa dai piedi non proprio raffinati di nome Bordin.

Questa truppa, che pure presentava delle eccellenze da Ferrara a Fonseca, passando per Thern, svedese con accento a metà tra il nordico e il napoletano di S.Lucia, fu affidata a Marcello Lippi, all’epoca tecnico di belle speranze, palesate a Cesena e Bergamo.

Addio sogni di gloria!

L’inizio fu inquietante, ci furono due sconfitte nell’incipit con la Samp di Gullit, maramalda a Fuorigrotta e addirittura con la Cremonese di Tentoni, carneade chi era costui?

Il Napoli sembrava destinato a ritornare a quei campionati pre Diego, quelli delle salvezze raccattate per il rotto della cuffia, tra Pesaola e Marchesi a rimediare ai guai di Giacomini e Santin.

Marcello Lippi, allora noto più come sosia di Paul Newman che come tecnico, ebbe il primo vero guizzo della sua fortunata carriera.

Dopo la disfatta dello Zini, il mister mise a riposo i senatori, Francini, Nela e Policano, affidandosi agli illustri sconosciuti Bia, Pecchia e dando massima fiducia ad uno scugnizzo fino a quel momento con scarso minutaggio: Cannavaro Fabio dal Rione Traiano.

La barca pian piano si raddrizzò, dapprima con un pari interno contro il Toro, poi con un’inattesa vittoria a Roma, sponda giallorossa

Quel Napoli tomo tomo cacchio si inerpicò nelle zone nobili della classifica, come un ex miliardario che ancora frequentalo yacht club nonostante i rattoppi e i vestiti non più alla moda.

Con questo spirito andammo a giocare, poco prima di Natale al Tardini.

C’erano Zola e Crippa in quel pomeriggio grigio, color Novecento di Bertolucci ma c’era l’orgoglio, la voglia del Napoli, di fronte ai nuovi ricchi, di far valere l’antico blasone.

Segnò all’alba del match un terzino bruttarello che aveva frequentato la Milano rossonera senza ricavarne le stimmate dei Tassotti e dei Maldini: Enzo Gambaro.

In porta quel giorno non c’era Batman Taglialatela da Ischia ma Raffaele Di Fusco, una vita da dodicesimo con digressioni di tanto in tanto in altre zone d’Italia.

Nel Parma più che Zola si sbatte Faustino Asprilla, colombiano erotomane, vagamente somigliante a Osimhen nelle movenze, dalla corsa folle, sghemba e dinoccolota.

Abituato a colombiani bradipi come Valderrama (e Freddy Rincon di lì a dodici mesi mi avrebbe corroborato lo stereotipo) non mi ci raccapezzavo con questa scheggia, lontana dai ritmi cadenzati insegnati da un Maturana.

Si procura un rigore Asprilla, intanto Crippa parmense e Corini escono a chi sei tu e chi sono io e si fanno cacciare entrambi.

Uno pari e si va alla ripresa, Asprilla mi fa digerire male il ragù domenicale, almeno credo dato che all’epoca c’erano pochi spezzatini in tv anche se le emittenti satellitari iniziavano a intaccare la sacralità del calcio, così come lo conoscevamo, con i volti rassicuranti e paciocconi di Valenti, Tonino Carino, Necco e Bubba o il nosferatesco Ferruccio Gard.

Fatto sta, o’colombiano si mangia l’impossibile e noi sfruttiamo una fesseria di Matrecano, che verrà anche da noi ad arricchirci e Fonseca segna, su assist dell’avversario con una sforbiciata, comoda, comoda, da spiaggia.

Zola prova a inimicarsi i napoletani, iniziando a testare i riflessi di Di Fusco, Fonseca con i suoi denti alla Freddie Mercury ci fa mangiare il fegato divorando in contropiede la qualunque fino a quando lo svedese con occhi alla De Crescenzo, Jonas Thern fa partire un tiro su cui Bucci sembra non propriamente un gatto.

Tre a uno al Tardini e quel Natale potemmo viverlo ancora con una vaga illusione di grandeur.

Quel Napoli avrebbe poi in primavera conquistato l’accesso alla Uefa, un piccolo scudetto tra stipendi pagati con notevole ritardo e prime avvisaglie di ciò che avverrà nel 2004.

Il Tardini, anni dopo avrebbe significato altro per i tifosi del Napoli, ma io di lacrime oggi non voglio parlare.

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