Napoli-Udinese e il congresso di Vietri

 di Marco Bruttapasta

Domenica, a Fuorigrotta scenderà l’Udinese di Nicola.

Il match con i friulani ha precedenti illustri, su tutti ce n’è uno che forse ha dato i natali al settennio Maradoniano.

Napoli e Udinese si affrontarono il giorno della Befana del 1985; in città s’era già assopita l’euforia per l’arrivo di Diego, le parrucche ricciolute erano state vendute in barba a diritti di immagine, Maradona Productions e chiunque pensasse di detenere il copyright sull’icona argentina, presto divenuti appannaggio delle bancarelle partenopee, da Fuorigrotta alla Maddalena passando per il Borgo S.Antonio.

Quel Napoli aveva presto abbandonato le velleità da titolo che sembravano possibili con l’ex Barca, per tornare a solcare le acque limacciose della bassa classifica, dove gli azzurri ormai stagnavano dal 1982.

In pratica da Frappampina a Re Diego, la sostanza non era cambiata e il Napoli faceva fatica.

Le avvisaglie s’erano avute con l’esordio in casa del Verona, al Bentegodi; tutti s’aspettavano un successo partenopeo e invece gli scaligeri guidati da Briegel avevano mandato a casa la squadra di Marchesi carica di meraviglia.

Erano seguiti pareggi scialbi e brutte sconfitte esterne, con il corredo di tre sconfitte consecutive prima della sosta natalizia: in poche parole era stato un capitone amaro.

Gli azzurri arrivarono al match della Befana con il volto cupo, da tregenda shakespeariana.

La società aveva imposto un ritiro prima della gara a Vietri sul Mare.

Ora Vietri è un bel posto, c’è il mare e ci si arriva agevolmente da Salerno, ma in estate.

In inverno, tra raffiche di vento, scrosci d’acqua, turiste lontane, spiagge grigie, era un paesaggio poco allettante per i calciatori.

E proprio in quest’eremo, i giocatori iniziarono per la prima volta a dirsi cosa andasse e cosa no, Maradona chiese e ottenne maggiori responsabilità, el Pibe si chiarì con Bagni con cui non c’era stata fino a quel momento sintonia totale, ognuno, anche il più scafesso della rosa parlò in faccia (come si dice a Napule) ed il risultato si vide la domenica seguente.

Su un campo devastato dalla pioggia, con le zone laterali simili a certi anfratti della rotonda d’Arzano quando cade il pata-pato dell’acqua il Napoli andò pure sotto, con Edinho, su fallo di Bagni, ancora lontano dall’essere logorroico commentatore talent scout, allora ancora nelle vesti di mediano tutto nervi.
Segna due rigori Maradona, l’1 a 1 ed il 3 a 2 con una calma e accarezzando il pallone manco fosse su un tappeto di raso anziché il paludoso acquitrino formatosi al San Paolo, in mezzo ci fu un eurogoal di Bertoni e di un prossimo azzurro, Paolo Miano, che si scorda di essere un carneade e si inventa il 2 a 2 con un bolide che manco Neeskens, Rep e l’Olanda degli anni d’oro tutta assieme.
Contribuiscono al 4 a 3 Bertoni di testa e tale Billia, per un successo contro un’Udinese che quel giorno non avrà l’altro Dio, Zico, ma comunque ha dei protagonisti prossimi dei successi azzurri, Massimo Mauro, non ancora commentatore spuntuto di Sky e Andrea Carnevale , il Paola Perego boy.

Da quel Napoli-Udinese secondo gli storiografi della pelota nacque o Napule tricolore, dal rapporto finalmente saldo, schietto, sincero tra Bagni, Diego, Pal’ e fierro Bruscolotti, Ferrario , creatosi tra le maioliche di Vietri, ebbe origine la forza di gruppo che due anni dopo, con al timone Ottavio Bianchi e con nuovi protagonisti portò Enrico Ameri, ad annunciare il 10 maggio 87 “Il Napoli è campione d’Italia”.

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