Franco Scoglio, il Professore profetico

15 anni fa si avverò la sua profezia: Franco Scoglio morì parlando del suo Genoa. Ne ripercorriamo personalità e carriera

La profezia di Franco Scoglio è diventata oramai celebre: “Morirò parlando del Genoa”. E così fu. Esattamente 15 anni fa, a seguito di una lite telefonica con il presidente Preziosi sull’emittente Primocanale, il “Professore” fu colpito da un infarto.

Scoglio è stato un tecnico siculo che ha delineato mille sfaccettature nel mondo dell’arte pedatoria. Pensatore, anticonformista, mai scontato, sempre ironico e geniale: questa era la personalità eccentrica di Franco Scoglio.

“Il mio calcio è fatto così: 47 per cento di tecnica, 30 per cento di condizione fisica, 23 per cento di psicologia”.

Non di rado inseriva questo tipo di aforismi nelle sue interviste. Davanti ai microfoni era un maestro, un genio della comunicazione come alcuni dei più importanti tecnici dei nostri tempi. E i numeri erano al centro del suo gioco. Uno dei motivi per cui era soprannominato “il professore”. Un soprannome che, a dire il vero, non ha mai amato, reputandolo troppo snob. Si accontentava di essere definito “Il Maestro”.

A causa della scientificità del gioco che esprimeva, amava alla follia il Colonnello Lobanovskyi. Basti pensare che negli anni ’80 si recò oltre la Cortina di ferro per seguire un tirocinio apprendendo i dettami dei grandi del calcio sovietico. Come il Colonnello, riuscì ad essere un educatore e insegnante in panchina, un punto di riferimento per i propri ragazzi. Da maniaco dell’organizzazione e dei dati scientifici, i propri calciatori conoscevano vita, morte e miracoli degli avversari. In sostanza, il Professore era un match analyst ante litteram.

Eppure si è tenuto sempre lontano dalle big. Come tanti allenatori vecchio stampo, Franco Scoglio non è mai voluto scendere a compromessi e ha preferito tenere fede alla propria essenza e reputazione da idealista. Viene pertanto ricordato per le sue imprese in provincia. Era pertanto un tecnico populista, vicino come non mai alla gente.

“Non ci gioco più, non mi piace più/E non fa per noi, non somiglia a noi/Questo calcio degli affari, dirigenti ed impresari”.

Dopo aver attraversato la sua Sicilia in lungo e in largo, si fermò sullo Stretto. Scilla e Cariddi avrebbero aspettato.

A Messina fu lo scopritore di un certo Totò Schillaci, colui che fece vivere “Notti magiche” al popolo italiano. E portò quella banda di “bastardi” (così amava definire i propri calciatori) alla promozione in Serie B. Nel 1988 fu chiamato dal presidente Spinelli per allenare il Genoa. A quei tempi risalgono le profetiche parole “Morirò parlando del Genoa”. Prima di esalare l’ultimo respiro, il 3 ottobre 2005, Scoglio si rese protagonista di ben tre avventure alla guida de La Superba.

A Genoa centrò subito la promozione in Serie A e ottenne una splendida salvezza. Era la squadra di Collovati, Signorini, Caricola, Ruotolo, Eranio, Perdomo e Aguilera, tra gli altri. Dopo alcune stagioni lontano dal capoluogo ligure, vi ci tornò nel 1993/1994, da subentrante. Anche in quella stagione salvò il Grifone senza troppi problemi. Tra gli altri, in quella stagione trovò il gigante cecoslovacco Tomáš Skuhravý.

Celebri poi alcuni termini e commenti che sanno di brerismi:

“Le caratteristiche che devono avere i miei giocatori? Senz’altro necessitano di attributi tripallici. Quelli che hanno tre palle fanno il pressing. Quelli che ne hanno due giocano al calcio. Quelli che ne hanno una fanno le partite tra scapoli ed ammogliati”.

Mai conformato al calcio moderno, Franco Scoglio ha accettato progetti intriganti e complessi, come ad esempio quello di un Napoli disastrato, ultima squadra da lui allenata. Qualche anno prima, a cavallo del nuovo millennio decise di lasciare il calcio italiano per allenare in Nord Africa. La qualificazione ai mondiali fu un risultato straordinario, ma decise di non prendervi parte.

Al cuore non si poteva comandare e prese il primo volo per l’Italia, tornando nella sua città d’adozione quando vide che il Genoa stava affondando.

In quel Genoa portò ben sei calciatori della nazionale tunisina. La sua ultima avventura con il Grifone fu un fiasco, concludendosi con un esonero, ma ciò non scalfì minimamente il rapporto con la piazza. Prima di accettare la corte del Napoli, allenò brevemente la nazionale della Libia. Viste le ingerenze dei Gheddafi, da uomo di principio qual era, rassegnò le dimissioni.

Tre anni dopo, esalò gli ultimi respiri nel modo che conosciamo, “parlando del Genoa”.

Beppe Nuti, giornalista e direttore di Antennablu, lo ricordò con queste parole: «Dopo aver giocato a calcio contro il Professore, mi venne in contro e mi disse: “Beppe, ricorda sempre che ti ho fatto due tunnel”. Lui era così, voleva vincere anche contro i giornalisti».

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