Zurigo Napoli, da Nino Manfredi a Maradona passando per Malcuit

Viviamo di stereotipi, almeno io.

Quando il Napoli ha beccato dall’urna lo Zurigo, ci si attendeva una trasferta tranquilla, tra elvetici rubicondi, rilassati grazie al Fisco e sempre in orario.

Invece ieri prima della gara arrivavano immagini da trasferta greco-slava-albanese e dagli spalti tutti incitavano al tabagismo Ghoulam, lanciando all’algerino accendini con precisione elvetica.

3 a 1 e commenti volti a sminuire la forza dell’avversario.

Chiariamoci, lo Zurigo non sarà il Psg ma non è neppure distintissimo per cifra tecnica da quella Stella Rossa che tanto incise sul nostro girone.

Ha battuto il Leverkusen , non al termine di un catenaccio o meglio “verrou” appunto di matrice svizzera, ma per 3 a 2 quindi al termine di una gara piuttosto vibrante.

Inoltre, i precedenti del Napoli in terra elvetica negli ultimi 30 anni erano piuttosto inquietanti.

Nell’anno del secondo scudetto incappammo nel Wettingen che in italiano significa “scappati di casa” e ci fu un brutto zero a zero in trasferta e in casa, ci volle un rigore trasformato dall’opinionista Sky Massimo Mauro per venirne a capo.

Diego era in rotta con la società, non fu convocato e lui si autoproclamò raccattapalle nel celebre monologo shakespeariano : E’ il mio capo Ferlaino quando lui vuole giocherò (da declamare senza pause dettate da punteggiatura, come un mantra, in leggera apnea).

 

Non fu una passeggiata anche l’ultimo confronto con i rossocrociati.

Era il secondo anno di Benitez e il Napoli uscì bastonato dalla trasferta con lo Young Boys, nel girone eliminatorio: 2 a 0 e critiche chiassose al tecnico madrileno, prima della goleada al ritorno con De Guzman inatteso protagonista.

Perciò la vittoria di ieri non è una vittoria da caroselli a Capodichino e bagni a Mergellina ma non è neppure un successo colto a Dimaro contro la rappresentativa montanari e consumatori di canederli.

 

Poi basta aver visto il celebre film con Nino Manfredi “Pane e cioccolata” per apprezzare ancor più il successo in una terra dove tanti nostri connazionali hanno ingoiato bocconi amari.

 

Nella pellicola, diretta da Brusati, Nino Manfredi, come spesso gli accadeva, interpreta un povero diavolo, cameriere ciociaro in cerca di fortuna all’estero, in Svizzera appunto.

Tra impossibilità di ottenere un permesso di soggiorno (la Comunità Europea era assolutamente nell’alveo embrionale) e vicissitudini varie, Nino Manfredi sembra rinnegare a un certo punto le proprie origini per meglio integrarsi nel tessuto locale.

Diventerà biondo come Renato Pozzetto in Sono fotogenico, per fingersi elvetico, inizialmente condividendo,  durante un confronto calcistico tra Svizzera Italia , visto in compagnia di diversi tifosi locali, in un ristorante i Buu e i vari Pfui contro l’Italien, salvo poi sbottare e affermare con orgoglio le proprie origini.

 

 

Parlando di pelota, l’incontro di ieri ha poi regalato la copertina a due giocatori, fin qui discussi, per motivi diversi: Piotr Zielinski e Kevin Malcuit.

Il rendimento di Piotr è stato fin qui oscillante, da montagne russe.

Se già l’ex empolese con Sarri non brillava per continuità, quest’anno con Ancelotti il problema si è addirittura acuito.

A inizio stagione le gare con Lazio e Milan lasciavano presagire un campionato da protagonista assoluto, poi, per mesi, tra trasformazioni tattiche ed esplosione di Ruiz , Zielinski è parso un giocatore ordinario, dedito al compitino.

Un  goal isolato con il Frosinone  e la rinascita finalmente dopo la lunga sosta natalizia contro la Lazio.

Nel 2019 si è rivisto un Zielinski finalmente concentrato, cattivo, in grado di rispettare i dettami del tecnico per un 4 4 2 spurio, in cui il polacco parte da esterno largo sulla sinistra, in fase di non possesso, salvo poi poter fare danni (all’avversario) scorrazzando dietro Milik, nella trequarti.

Contro lo Zurigo una prestazione da grande giocatore per un talento, che magari non diventerà De Bruyne, ma di certo potrà dare un contributo molto più sostanzioso alle fortune azzurre.

Quanto a Kenin Malcuit, le perplessità sono in realtà solo legate al precedente calciomercato.

Per quella fascia destra da lui percorsa, si parlava di Vrsaljko, di Arias, di Sabaly, dell’evergreen Darmian, sicchè l’ingaggio di Malcuit fu salutata da molti come una scelta dettata da motivi di “sparagno”.

In realtà Malcuit si è rivelato un ottimo terzino, arrembante in fase offensiva ma non scellerato in fase difensiva come alcune recensioni dei suoi trascorsi al Lille facevano pensare.

E vi confesso che vedendo il suo assist ieri, e pensando alla trivela con cui assistè Milik contro il Bologna mi sono commosso.

In trent’anni non sono stati molti i terzini a regalarmi giocate simili.

Nel Napoli degli scudetti la fascia destra era percorsa perlopiù da marcatori solidi, Bruscolotti, Ferrara, Corradini che a tutto erano dediti tranne all’assist.

Non regalò gemme ai tempi di Lippi  il terzino Gambaro, onesto mestierante preso più per gli eterni problemi con la Co.Vi.Soc che per reale progetto tecnico.

I cross negli anni di decadenza provenivano magari da un Buso, da un Turrini, dei Callejon ante litteram, non certo dai terzini che rispondevano ai nomi sinistri, sulla destra, di Crasson, Facci, Panarelli.

Giunse un futuro campione del mondo come Oddo, purtroppo nel Napoli sbagliato, quello della B con Novellino , una sola stagione per poi essere dirottato dal destino altrove.

Nella A di Zeman e Mondonico sembrava poter regalare grandi giocate Saber, il Cafù del deserto, che esordì da fenomeno contro la Juve salvo poi eclissarsi tra infortuni e carenze tattiche gravi.

Quella fascia venne (zappata) arata anche da Baccin con risultati purtroppo modesti.

Il Napoli pre-fallimento trovò nel ruolo un onesto mestierante della cadetteria in Del Grosso.

Con il Napoli di De Laurentiis verranno infine gli anni di Zuniga, di Maggio, con buoni fondamentali nel dribbling il colombiano e nell’inserimento l’ex doriano, ma entrambi estremamente carenti nella voce “cross” fino a giungere all’albanese Hysaj, perfetto per il calcio scientifico di Sarri , bravo nel “tenere la linea”, nel fraseggio corto ma anch’egli drammaticamente negato per il traversone destinato alla capa delle punte.

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