Tony Pisapia: mi ricordo Napoli Samp

 di Marco Bruttapasta

Sto tornando a Napoli dopo dieci anni.
Non è vero che la prima cosa che vedi dall’aereo, quando stai atterrando, è il mare.
Io dall’oblò ho visto solo la strada degli americani, il Carrefour e volevo dire al pilota di fare inversione a U.
E il pilota per poco non mi ha accontentato, stava andando troppo forte e ha dovuto fare la riattaccata.
Gireremo sopra Ischia e torniamo, gracchia una voce dall’altoparlante.
E’ sufficiente un piccolo imprevisto per rivelare la vera natura umana.
Un banale diversivo e un commercialista dei Parioli si è sentito in dovere di confessare alla moglie che da un anno non può fare a meno di una commessa di Tor Pignattara.
Con il suo reddito io non confesserei una cosa del genere manco se vedessi l’Himalaya di faccia, spuntuto e appuntito.
Un testimone di Geova a cui non davo cinque lire ha messo una mano sulla coscia di una bionda che se la tiene pure, ma poi negherà.
“Sorvoleremo Ischia e atterriamo”.
Una mamma piange nonostante la rassicurazione, il marito svilito da quattro demoni spera che l’aereo abbia un guasto.
Le hostess appaiono serene, io guardo la faccia degli altri passeggeri, se hanno le fattezze da foto ricordo a Porta a Porta di Bruno Vespa.
Mi sento calmo, ma un carabiniere seduto di fianco a me insiste : Se con il cellulare chiamo Giorgio, succede qualcosa? Lo vorrei salutare.. Scatta un allarme? Controllate che non guardino in questa direzione.
Lo ignoro come fosse un questuante,faccio una faccia da consigliere regionale in periodo senza elezioni. Non muovo un muscolo, per un attimo il carabiniere pensa che sia morto, poi borbotta tra sé e sé: Che tempi!
Dall’oblò Ischia è passata e vedo finalmente lo Stadio San Paolo e mi ricordo.
Un Corriere dello Sport letto in prestito a Frankfurt mi avvisa che giochiamo con la Sampdoria.
Mi ricordo lo stadio senza quell’orrendo copricapo.
E mi ricordo lui, Diego.
Quando andava su quel dischetto bianco, bianco.
Io allora tiravo ancora e ad ogni rigore mi saliva la tachicardia pavlovianamente.
Me lo ricordo la prima e l’ultima volta contro la Sampdoria, la metà triste di Genova.
Mi ricordo quando contro di loro, fece il suo primo goal.
Stavo in Tribuna Posillipo, un bagarino m’aveva spolpato ma il mio manager m’aveva detto che mi dovevo far vedere.
C’erano tutti.Gava,Ferlaino, Pomicino,Di Lorenzo,Scotti, tutti là.
Renzo Arbore sotto o’braccio a De Crescenzo.
Mi sembrò perfino di riconoscere un cutoliano ricercato. Lo conoscevo con i ricci e ora sorseggiava borghetti con il riporto.
Sorridevano tutti, ma il Napoli aveva già perso a Verona e al Banco di Napoli già stavano con le palpitazioni.
Maradona doveva essere la fine del terremoto, la fine della disoccupazione, di Napoli terrone.
Per un po’ sarebbe stato davvero così, ma Briegel c’aveva fatto temere il peggio.
Segna Maradona e segno anch’io adocchiando la moglie di un consigliere che nell’esultanza orgiastica del goal mi piazza un numero di telefono in tasca.
Corrono gli anni 80, mi ricordo serate a Posillipo tra prosciutti e melone e pennette alla vodka.
Mi ricordo che vedevo pure lui, Diego, stravaccato nei privè nei sabato sera napoletani e poche ore dopo lo vedevi in campo, a Fuorigrotta come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Io mi ricordo quando a Bistazzoni segnò di testa tuffandosi con la faccia sull’erba e non so se era più pazzo lui o Renica che s’era reso complice di quella follia.
Mi ricordo quando segnò a Genova nel fango. Me lo disse Rai International, dovevo cantare a New York, mi prese d’improvviso una nostalgia da emigrante alla Mario Merola e iniziai a piangere lacrime e fango, mi mancavano pure femmine conosciute per una sera soltanto.
Mi stonai di Martini e pretesi di esordire con una cover di Nel sole di Albano…chissà perché.
Mi ricordo quando segnò il suo ultimo goal, sempre dal dischetto, sempre contro la Samp, quando uno dice il destino.
Era venuto con una capa piena di ricci e ora teneva un brutto taglio anni ’90, figli originali e non in più, sette anni in più, dieci chili in più e qualche problema di paranoia che tenevo pure io.
Quando vidi quel goal a 90°minuto mi sentii inquieto. I tempi di New York ormai erano lontani pure per me e già una comunione a Marano era grasso che cola.
Non ho più voluto vedere Napoli-Sampdoria da allora.
Freud avrebbe messo in mezzo l’inconscio, il subconscio, qualche spruzzata di Edìpo, io avrei parlato molto più grossolanamente di un caso di pucundria.
Però un giorno, con quelle decisioni improvvise dei grandi, con la solennità di chi deve optare per un’invasione della Polonia adesso o dopo pranzo, presi la tangenziale e anziché andare a mangiare pesce con un gestore di Pro.Loco, mi inerpicai verso Fuorigrotta.
Non ci stavano più tribune, politici e femmene impellicciate, mi immersi nella fauna qualunquista e geniale della curva, intorno a me miasmi di Giamaica.
Per tutti non ero più Tony Pisapia o cantante, ero o’zio
Mi colpirono due giocatori, uno chiatto come Diego, una capa nzevata, si chiamava Lavezzi come il cantautore e uno con la faccia di quelli che non avrebbero retto Nisida per due giorni, ma con una cresta.
Dal chiattone mi sarei guardato il portafogli, dalla capa di scupettino sarei riuscito a farmi dare il pin del Bancomat.
Però appena toccava il pallone, quel ragazzino cacciava una cazzimma inaspettata, una freddezza da burocrate della Stasi, o da ufficiale giudiziario che ti viene a pignorare.
Destro, sinistro, capa alzata.
Ma quando si sveglia i capelli come li tiene?
ll fumo intorno a me faceva nascere i pensieri più strani.
Capa d’olio diede un colpo con la spalla a inizio secondo tempo e gli passò il pallone.
Quello slovacco divenne un piranha delle favelas, un predatore di Cape Town, uno scugnizzo del Parco Verde.
Si spostò la palla con i due piedi, triangolò con uno scellone scuro e talentuoso, Zalayeta, mi pare, fece “assettare” con finte, controfinte dei difensori, scialbi come i figuranti nelle fiction Mediaset, e segnò.
Che non si dica che non sono un sentimentale, di colpo mi sentii più buono, più ben disposto verso il prossimo.
Napoli non era più quella del 1984 che si illudeva, era una Napoli che aveva capito o’ fatto, come si suol dire.
Io non avrei cantato più al Madison Square Garden, avrei firmato per piazza Primavera a Pomigliano d’Arco, ma non me ne fotteva.
Andai a mangiare dopo la partita un tarallo a Mergellina, era caldo, c’era il sole.
E una fan dei tempi andati mi riconobbe.

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