Roma Napoli e la macchina del tempo, tra Ancelotti e Romano

 di Marco Bruttapasta

Domenica senza calcio e centri commerciali in agguato.

Mariti abbandonati sulle panchine, davanti a H e M, a Camomilla, a Liu-Jo senz’acqua, senza cibo e senza una campagna di sensibilizzazione per loro.

E pure di questo campionato ormai andato ormai sento l’astinenza, mi gratto la schiena, sudo freddo, ho i crampi.

Cerco su Dazn, su Sky un highlight, uno solo per calmarmi un po’.

Anche il metadone della Nazionale, mi farebbe stare meglio.

Mi sembra lontana anni luce Roma Napoli, e intanto faccio la conta di chi resta.

Rog è andato a Siviglia per giocà, ma ha trovato Sarri pure là che ha detto al loro allenatore di non impiegarlo.

Hamsik è andato a farsi martoriare la cresta in Cina, come chi si vede graffitare casa e non dice nulla.

Diawara ha un piede rotto, ma con la mente sta fermo ancora là, sospeso tra il Bernabeu e l’Etihad, come una vecchia diva del muto che rimembra i sipari e gli amanti andati.

Ruiz ha la febbre,suina per lo più. Mi sorride da un ospedale.

Zielinski ha il mal di schiena, è irritabile, ha i crampi.

A centrocampo resta solo Allan, immagino Ancelotti correre più forte del solito in questi giorni, testare le ginocchia martoriate, servirebbe lui tra una settimana, servirebbe il lui di trenta anni fa.

Servirebbe Carlo come quando ci infilava da trenta metri in un Roma Napoli di trentasei anni fa.

E’ il Napoli scalcagnato cui provano a mettere mano Pesaola e Rambone per evitare la B.

In attacco Diaz non la vede mai e si fa bullizzare da Bruscolotti, ma quella domenica segna e va sotto la Nord.

Segna l’1 a 0 e le radioline impazziscono, nelle domeniche napoletane anni 80, fatte di ragù e aggiornamenti che corrono in sovrimpressione tra Domenica In  e il programma di Minà.

Ma la Roma è forte, la Roma sarà tricolore e rifila una sonora mazziata al ciuccio.

Ci si mette pure Ancelotti, con un missile terra-aria a sventrare il sette di Castellini.

C’è Falcao, Maradona è ancora lontano, in Catalogna, impegnato a sventare attentati baschi, e non c’entra l’Eta ma Goicoechea.

Passano gli anni, Maradona sta qua, ha vinto il Mundial.

L’estate partenopea, stalkerizzando le gesta di Diego in Mexico, ha visto il Villaggio  Coppola, Mondragone, Scalea diventare tante Baires.

Non si festeggia con gli asado ma portando ruoti di pasta al forno al mare, angurie, e chissà come esce, pizze mbuttunate.

Si festeggia, tra le sabbie flegree o su qualche balcone in città,combattendo l’afa con un ventaglio.

Ma poi viene settembre e Diego con la testa non ci sta, gravido di movida e di un figlio che inizialmente dice non suo.

La gente murmulea, un tiro di Diego incoccia sul palo, a Tolosa e Stopyra dopo Bearzot, a momenti uccide pure Bianchi.

Garella cade stanco e goffo , a Fuorigrotta contro l’Atalanta, il gioco e che cos’è?

La manovra appare incerta, si avanza a sincopi, aspettando una corsa di Bagni, di De Napoli, rimpiangiamo Pecci, perso in qualche osteria tra via Rizzoli e via delle Clavature a Bologna, lui con la sua panza servirebbe assai.

La gente cazzea Marino e Allodi , per non aver portato un regista, un geometra qualunque, pure all’ultimo anno prima del diploma, pure un Valdifiori qualunque ma non è ancora nato.

Si aspetta Barbas, si rimpiange Junior, si fantastica su Falcao e arriva Romano, Ciccio, da Saviano, non l’autore di Gomorra, la cittadina nel Nolano.

Maradona ti pesa, quando entri nel centro sportivo di Soccavo, vede subito che quel giocatore senza nome, ex alabardato ed ex rossonero, mette ordine nelle loro partitelle scalcagnate e già immagina un Napoli meno schizofrenico, immagina le pause , le accelerazioni imposte dalla Tota, così lo chiama, spostate alla domenica, da Soccavo a Fuorigrotta, che non devi neppure cambiare casello.

Il Napoli scende all’Olimpico e si adegua ai ritmi , alle cadenze di questa testa riccia quasi quanto quella del santo.

Prima veloce, poi lento, poi veloce, in fondo non è così che se fa ammore?

Segna Diego, Giordano fa il Cruyff, peccato che all’epoca i giocatori non potessero tirarsela su Instagram che Bruno ne avrebbe avuto tutto il diritto , ma i giocatori chi abbracciano, chi guardano è quel centrocampista là, venuto dalla B.

Bianchi ride, ma lo può fare, solo dentro, che fuori non lo debbono guardare, si inventa una consegna, una cazziata in lumbard per Renica, per Ferrario chissà, ma in cuor suo sa che ora, con il regista fino a maggio il Napoli ci sta….

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