Nel calcio dei De Laurentiis e dei Lotito non c’è spazio per un “Clamoroso al Cibali”

 

 di Marco Bruttapasta

Nel calcio dei De Laurentiis e dei Lotito non ci sarebbe spazio per un Clamoroso al Cibali!

Le dichiarazioni di Aurelio De Laurentiis sull’inopportunità di ammettere in Serie A club poco strutturati geograficamente e dallo scarso fatturato come il Frosinone hanno scatenato diverse polemiche  e fanno tornare alla memoria quelle di Lotito, che nel 2015 in una telefonata intercettata si esprimeva duramente contro le ‘piccole’ della massima serie: “Se me porti su il Carpi, se me porti squadre che non valgono un c… noi tra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Se c’abbiamo Frosinone, Latina, chi li compra i diritti?”.
Se queste dichiarazioni, al netto delle espressioni adottate, possono anche essere in parte condivisibili per la pericolosa “attrazione”che il paracadute economico, previsto per le retrocesse, può esercitare sui piccoli club rispetto al mantenimento della categoria, non si può non cercare al contempo di salvaguardare uno degli aspetti più romantici del calcio: Davide che affronta Golia e riesce a batterlo.
Una serie A senza provinciali non avrebbe mai scritto pagine indelebili del calcio italico, come queste che ricordiamo ora:

 

Clamoroso al Cibali!

Nel 1961 lo annunciò Sandro Ciotti a “Tutto il calcio minuto per minuto”. Gli etnei avevano battuto la grande Inter di Herrera per due reti a zero, reti di Castellazzi e Calvanese. All’andata l’Inter aveva battuto 5 a 0 i siciliani ed H.H si lasciò andare a considerazioni ironiche sui giocatori rossoblu definiti una squadra di postetelegrafonici, per certi versi anticipando la gaffe di Ferruccio Valcareggi sui coreani nel ‘66 definiti una “comica di Ridolini”.
Due a zero tra le cassate e gli arancini e Inter che perderà il titolo.

 

Mantua non genuit lo scudetto per l’Inter

Nel 1967 l’Inter, sempre lei, va a Mantova per vincere l’ennesimo scudetto dell’era Moratti padre. Ma non fa i conti con i virgiliani che approfittano della papera di Sarti e battono i nerazzurri.
L’Inter perde nel finale di stagione anche la finale di Coppa dei Campioni contro gli scozzesi del Celtic, per certi versi dei carneadi anche loro a grandi livelli, conquistando un Doblete negativo amarissimo.

 

1972: la Juventus cade a Catanzaro

Nel 1972 il Catanzaro, da poco sbarcato in A batte la Juventus, come al solito infarcita di grandi firme. Segna al minuto 84 un attaccante piccoletto, Mammì, e mentre Ameri descrive la prodezza calabra, un tifoso locale invade la sua postazione e al microfono urla la sua gioia.

 

 

1972: l’Olanda di Terni

Tra le imitazioni più riuscite del calcio orange degli anni 70, un Davide in salsa umbra:la Ternana di Viciani.
La squadra adottava un gioco basato sul fraseggio e sul movimento continuo dei suoi uomini, in pratica ciò che adotterà Sarri oltre 40 anni dopo.
L’allenatore inviso a molti colleghi per le sue critiche al calcio all’italiano eccessivamente difensivista, in particolare all’Inter battuta dall’Ajax in finale di Coppa Campioni, spiegava la scelta di un sistema di gioco del genere con la scarsa qualità del suo organico, che non avrebbe consentito il ricorrere a lanci lunghi e improvvise verticalizzazioni.
In realtà il collettivo umbro era davvero ben organizzato e pur retrocedendo alla sua prima apparizione in A mise in crisi diversi avversari. In particolare rischiò di uscire con le ossa rotte dallo stadio umbro il Milan di Rocco, che solo miracolosamente pareggiò zero a zero una partita dominata dai folletti neroverdi.

 

La fatal Verona

Il Verona meriterebbe un articolo a parte.
Nel 1985 Verona risultò fatale a tutta Italia e fu l’ultima provincia a conquistare lo scudetto in Italia, in un campionato in cui le rivali schieravano gente come Maradona, Platini, Rummenigge, Zico, Falcao, Junior etc etc per una Champions League tutta italiana ante litteram.
Bagnoli guidò un manipolo di buoni professionisti che non avevano sfruttato la grande occasione, come Galderisi e Fanna, promettenti talenti come Di Gennaro e Tricella, ex presunti brocchi come Garella impreziositi da due stranieri che oggi giocherebbero nelle big di Premier e varrebbero 100 milioni: il danese Elkjaer e il panzer Briegel.
Oltre all’impresa del 1985, purtroppo irripetibile per l’espressione di una città minuscola come Verona, la squadra scaligera è risultata spesso indigesta nelle corse scudetto altrui.
Nel 1973 e nel 1990 le sconfitte al Bentegodi costarono due scudetti al Milan di Rocco prima e Sacchi dopo. 5 a 3 nel 1973 e ne beneficiò la Juve, per le prodezze di un folle talento come Zigoni e nel ‘90 ne beneficiò il Napoli, con il Milan di Sacchi provato psicologicamente dal primo tentativo italiano di Triplete.
Nel 2000, invece, con una sconfitta a Verona iniziò a tre giornate dalla fine il crollo della Juventus di Ancelotti, che dilapidò un vantaggio cospicuo sulla Lazio di ben 5 punti.
Verona poteva risultare fatale anche al Napoli di Maradona: l’argentino vi perse al debutto ma soprattutto nel 1987, quando gli azzurri furono battuti per 3 a 0 senza appello e sembravano avere il “braccino” in vista del traguardo.

 

Perugia e i baci velenosi per la Signora

In due epoche diverse un’altra squadra umbra farà la parte della matricola terribile in serie A: il Perugia.
I perugini sfioreranno perfino uno storico scudetto nel 1979, dietro al Milan di Liedholm, finendo da imbattuti.
Nella storia del Grifone due successi contro la Juventus, che in pratica costarono due scudetti ai torinesi.
Nel maggio 1976 a segnare il goal che battè la Juve fu quel Renato Curi, che poi perirà sul campo l’anno seguente ed al quale è stato poi intitolato lo stadio perugino.
I perugini si ripeteranno nel 2000, battendo sotto il diluvio la Juve di Ancelotti, con goal di Calori, con Mazzone tecnico di fede conclamata romanista che regala il secondo scudetto della storia ai laziali.

 

 

Il Lanerossi Vicenza da Pablito Rossi a Guidolin

Negli anni settanta la piazza d’onore raggiunta dal Perugia non fu un episodio isolato.
Anche il Vicenza allenato da Fabbri ed esaltato da Paolo Rossi, non ancora esploso nel Mondiale d’Argentina,si issò sul podio.
Avvenne nel campionato 77/78.
19 anni dopo i biancorossi isseranno la Coppa Italia ai danni di un Napoli metropolitano ma oramai al collasso per i debiti.
Un anno dopo Guidolin porterà i suoi fino alle semifinali della Coppa delle Coppe.
Il Vicenza degli anni novanta rappresentava un vero e proprio incubo per le big: tra le vittorie più significative il 2-1 inflitto al Menti alla Juventus di Lippi campione d’Europa nel torneo 95/96.

 

La provincia terribile degli anni ottanta

Se negli anni ottanta il calcio dello Stivale era il più bello del pianeta, il merito andava equamente suddiviso tra le big che importavano fuoriclasse e le piccole che rendevano loro la vita durissima.
Piccole città in grado ogni anno di strappare punti a club metropolitani, grazie ad allenatori pragmatici e a giocatori scovati da presidenti pittoreschi ma appassionati.
Difficile scegliere tra l’Avellino di Sibilia, in grado spesso e volentieri di imporre la legge del Partenio, l’Ascoli di Rozzi, con la colonna sonora delle telecronache di Tonino Carino da Ascoli durante “90°minuto”, il Pisa di Anconetani,un vero e proprio cane da tartufo avendo portato in Italia talenti come Bergreen, Kieft, Dunga e Simeone!
Impossibile ricordarle tutte.
Faremmo un torto non citando il Cesena,arrivato perfino in Uefa nel 1976, il Como allenato da Ottavio Bianchi che subì in casa solamente tre reti nel torneo 84/85.
Spesso le grandi pagavano un dazio amarissimo contro questi lillipuziani.
La Roma perse contro il Lecce uno scudetto ormai strappato alla Juve nel torneo 85/86.
Nel torneo 86/87, la gara d’esordio vide le milanesi soccombere contro provinciali minuscole.
Il Milan ipercelebrato del primo anno Berlusconiano, dopo un’estate all’insegna dei proclami, scese con i piedi per terra trovando subito la sconfitta a domicilio per mano di un Ascoli che portò al goal un bomber con fattezze da sagra di paese: Barbuti.
E fu proprio una sconfitta contro una provinciale, in Coppa Italia a cambiare la storia di quel Milan.
Il Parma non ancora miliardario battè i rossoneri guidati dall’imbolsito Liedholm e il Cavaliere si innamorò del condottiero degli emiliani, un tizio di Fusignano.
Non andò meglio al debutto dell’Inter del Trap che perse ad Empoli, nel giorno del debutto dei toscani.
L’anno dopo un’altra neopromossa inaugurò il campionato con un successo a San Siro: il Pescara svagato e brasileiro di Galeone vinse a Milano, sponda nerazzurra.
Nel torneo 89/90 caratterizzato da un lungo testa a testa tra Napoli e Milan, per la vittoria finale azzurra, pesò non solo la fatal Verona alla penultima giornata ma anche gli inciampi dei rossoneri, in avvio di torneo contro delle squadre catenacciare e pacioccone come la Cremonese e il sempreverde Ascoli di quegli anni.

 

Tra vecchio e nuovo millennio, da Zemanlandia al Chievo di Del Neri

Negli anni novanta il gap economico tra grandi e piccole aumenta e c’è meno spazio per il romanticismo.
Le piccole faticano a trattenere i loro campioni, che preferiscono magari marcire in tribuna nei club miliardari e con l’avvento dei tre punti per la vittoria, Milan,Juve, Inter e affini si attrezzano per evitare anche un minimo pareggio in trasferta, un tempo salutato con favore, in nome della media inglese.
Detto del Vicenza, e non ritenendo il Parma una matricola per le enormi risorse di cui disponeva la sua proprietà, la pagina più bella di quegli anni per la provincia fu scritta dal Foggia di Zeman.
Se quasi sempre le matricole negli anni precedenti riuscivano a strappare punti alle grandi grazie a tattiche iperdifensive, il Foggia in serie A adottò lo stesso 4-3-3 folle e sbilanciatissimo delle serie inferiori.
In panca un tecnico votato al tabagismo, quel Zeman che già aveva incuriosito gli addetti ai lavori tra Messina e Licata.
Nei pochi anni di Zemanlandia,i satanelli esibirono tra i pali un Jongbloed dagli occhi spiritati, quel Franco Mancini che giocherà anche a Napoli.
In difesa e in mezzo tanti carneadi, da Matrecano a Codispoti passando per Biagioni o Sciacca.
Talvolta capitava qualche pepita, come Shalimov, convinto chissà come a fare la tratta Mosca-Foggia e quel Di Biagio che salirà sino alla panca della nazionale.
Qualche talento incompreso dalle big come Stroppa e Baiano e soprattutto quel Beppe Signori, che, prima del matrimonio con Zeman, tutto sembrava fuorché un bomber implacabile.
Ad inizio millennio l’Esopo del campionato scrive la favola del Chievo.
I mussi, espressione di un quartiere popoloso come il Rione Traiano, giungono in serie A ad inizio millennio e anziché pararsi la palla, esportano su ogni campo un 4-4-2 sfacciato, con Eriberto e Manfredini ali altissime, Corini-Perrotta interni e, alla fine del girone d’andata del 2001/02, battendo l’Inter di Ronaldo e Vieri alla Scala, sembreranno addirittura da scudetto.

 

 

Spal e Crotone alleati del Napoli nella lotta alla Juventus

Venendo ai giorni nostri, lo strapotere della Juventus ha quasi azzerato ogni possibile sorpresa nei confronti tra bianconeri e carneadi.
Ma anche il cannibalismo juventino ogni tanto si “appacia” e così un anno fa, dopo il sorpasso ai danni del Napoli, la lotta scudetto si riaprì grazie a due squadre insospettabili: Spal e Crotone, in barba ad arbitraggi spesso conniventi con i forti, riuscirono a strappare due inopinati pareggi alla Vecchia Signora. In particolare lo sgraziato Simy, in bicicletta, regalò ai pitagorici un insperato pari, rendendo Juventus-Napoli della domenica successiva una sfida thrilling.

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