Hamsik e il rasoio di Occam: la semplicità al potere

In occasione del compleanno di Marek Hamsik, ne celebriamo l'essenzialità marziale ripercorrendone carriera ed evoluzione

“Il giocatore deve essere come l’artista: dominare la scena. O come il torero, dominare l’arena e il pubblico, altrimenti gli arriva addosso il toro”, diceva il buon Osvaldo Soriano quando raccontava le gesta dei grandi sudamericani della prima metà del secolo scorso.

Ad un occhio superficiale, quel timido ragazzino slovacco avrebbe dovuto farsi travolgere dal toro. A distanza di un decennio dal suo approdo al Napoli, Marek Hamsik è diventato il miglior marcatore (superando anche Diego Armando Maradona), nonché il recordman di presenze della storia azzurra.
Pescato al Brescia, all’epoca militante in Serie B, da Pierpaolo Marino, quel giovane ragazzo slovacco aveva già mostrato qualità da predestinato.

Siamo tuttavia al cospetto di un predestinato sui generis. Hamsik, infatti, non è mai stato un giocoliere del pallone, ma di certo un  manifesto della concretezza.
Nel lontano 2003, lo scout del Brescia Maurizio Micheli lo descriveva così: «Un giocatorino bravissimo nel dialogo a centrocampo e soprattutto nell’attaccare la profondità, nella capacità di inserimento». La scelta di firmare per il Brescia fu influenzata dalla presenza di Roberto Baggio tra le fila delle Rondinella. Chi non rimarrebbe folgorato al cospetto di cotanta leggenda?

 Hamsik eil rasoio di Occam
Hamsik con Lavezzi e Marino

 

Sin dall’inizio, Marek Hamsik aveva fatto propria quell’essenzialità marziale che ne ha contraddistinto la carriera. La sua intelligenza tattica innata, le sue capacità oculo-podaliche di dialogare con i compagni e la sua tecnica sopraffina ne facevano il prototipo del calciatore amato da qualsiasi allenatore. Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora: è futile fare con più mezzi ciò che si può fare con meno. Questo concetto del filosofo francescano del Trecento Gugliemo di Occam racchiude l’essenza del Marek Hamsik calciatore.

Pavel Nedved fu il personaggio che lo inquadrò meglio: «Hamsik è il giocatore che mi somiglia di più, è il futuro del calcio». Due calciatori diversi dal punto di vista atletico, ma estremamente simili nell’interpretazione del gioco. Si parva licet componere magnis, ma fino a un certo punto, in quanto il paragone con il Pallone d’oro 2003 non è azzardato. Entrambi saranno ricordati come elementi che aborrano il calcio fatto di dribbling non essenziali o numeri tipici di chi vuole deliziare la platea. Eppure, data la sua classe, incantare il pubblico veniva da sé. Non era il fine delle sue giocate, ma la naturale conseguenza della sua essenza.

Ci sono calciatori che nel caos ci sguazzano. Ci sono i mediani che si esaltano con i tackle e certi trequartisti che si esaltano nei dribbling. Marek Hamsik è invece un calciatore il cui intento è quello di ordinare il caos, di svolgere quel lavoro oscuro che fa spiccare gli altri a livello estetico. Marek Hamsik è capace di sciogliere il “nodo gordiano”, grazie ad acume e sottigliezza. Quell’acume e quella sottigliezza che gli consentono di trovare spiragli per le punte con un solo tocco, di uscire da situazioni intricate con l’unico movimento direzionale possibile, di inserirsi al posto giusto e al tempo giusto.

Man mano che l’asticella degli obiettivi del Napoli, nonché delle esigenze dei tifosi, si è alzata, si è scatenata quell’ala iconoclasta nei confronti di Hamsik. “Troppo timido, sparisce nei momenti decisivi”. Eppure negli anni successivi lo slovacco ha posto rimedio a qualche limite, riuscendo a controbattere agli scettici non a parole, ma con i fatti sul campo.
La sicurezza in se stessi è tutto, ma per acquisirla bisogna confrontarsi con la realtà, mettersi in gioco. Non arriva dal nulla, non la si assorbe dall’aria, per osmosi. È la costante visualizzazione mentale a darti fiducia nel tuo talento.

Hamsik e il rasoio di Occam
Hamsik dopo lo straordinario gol al Besiktas

 

Con il miglioramento delle prestazioni personali e di squadra, questa fiducia nel proprio talento è salita. Senza questo essenziale calciatore slovacco, bravissimo a risolvere situazioni di caos per la propria squadra e a togliere gli avversari dalla propria comfort zone, non avremmo mai visto il Napoli di Sarri nella sua massima espressione.
Zielinski era un talento in erba, ma non ha mai dato quell’impressione di saper leggere il gioco come Hamsik. L’attuale centrocampista del Dalian Yifang ha una lucidità costante nel saper cosa fare e quando farlo, grazie alle sua capacità fuori dall’ordinario di restare sempre sul pezzo a livello mentale.

Hamsik è un calciatore che sa dribblare, ma che centellina i dribbling per quando questi ultimi rappresentano un mezzo per il fine ultimo del gioco del calcio, ovvero arrivare in porta. Questa sua tecnica, combinata alla capacità innata di prevedere il gioco, lo ha portato a diventare un fulcro del Napoli, il sole attorno al quale hanno ruotavano gli altri pianeti.

Altri calciatori transitati in azzurro avranno doti fisiche e atletiche superiori, ma nell’era De Laurentiis non si è mai visto un elemento con questa abilità innata di coniugare classe e tecnica.
Ci sono tanti centrocampisti più agili di lui, più tecnici, dotati di un tiro migliore, più a loro agio nello stretto, ma quasi nessun omologo nel ruolo, almeno nel terzo millennio, è multiskill come lo slovacco.
La sua completezza, abilità che è manna dal cielo per un allenatore e spesso trascurata nelle valutazioni intrise di miopia dei semplici commentatori, ha fatto sì che quando non era in campo si notava la sua assenza.

Dall’addio di Hamsik il Napoli non ha avuto nessuno che gli si avvicini in termini di gestione dello spazio-tempo e di gioco a due tocchi.
Marek Hamsik ha dominato la scena nel centrocampo azzurro per più di un decennio e lo ha fatto con una costanza che ha del miracoloso.

 

Vincenzo Di Maso

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