D’amore non si muore…

 

 di Marco Bruttapasta 

3 maggio 2014. 

Il Napoli di Benitez è in finale di Coppa Italia, a Roma .

Bisogna andare, andare andare andare, come direbbe Amanda Sandrelli, così in apnea.

Ci devo andare perchè due anni prima è stata la serata calcistica più bella della vita mia, al goal di Hamsik tempestai di pugni un roscio sconosciuto per la gioia, che anziché rimanermi mezzo morto a terra come avrei meritato, mi abbracciò, volò qualche lacrima.

Volevo rivivere una serata così.

Lo dovevo al me stesso che nel 2004, si svegliava in vacanza ogni mattina presto per andare a comprare il Corriere dello Sport, per capire con Gaucci chi sarebbe arrivato.

Lo dovevo a me per aver visto il primo allenamento di MaxVieri e Savoldi jr al San Paolo. Quel giorno capii che il Dna è sopravvalutato.

Siamo arrivati in finale dopo una semifinale soprannaturale con la Roma. E’arrivato Diego allo stadio, in tribuna.

Chi non c’era non può capire. Tutti con un occhio guardavamo il Pibe, con un occhio il campo, un po’ come il detto “cu n’uocchio guardo a gatta, cu n’ato frijo o’ pesce..”

Il Napoli di colpo diventa il Barca, l’Honved, la grande Olanda, la Roma è paralizzata.

Due a zero, tre a zero e fortuna che dallo stadio non potevamo sentire Cerqueti parlare ancora di “scians” per i giallorossi, sai i cuppetielli?

Attendo quella serata come una festa, vado con i reduci della finale di due anni prima più Salvatore, collega e amico fraterno.

Mi piglia un leggero malessere nei giorni precedenti, mi imbatto in uno speciale sull’Heysel su Youtube, vedo Scirea parlare con i tifosi e penso che non mi vorrei mai trovare in una situazione così.

Stiamo in pulmann. Si sbarea, chi beve, chi mangia, chi s’adda sciruppà a nnammurata lontana che continua a stalkerizzare.

“Benitez chi fa jucà?” “Gonzalo ne farà  tre” “ La Fiorentina dove si avvia?”.

A Roma il cielo è uggioso, incrociamo un bus viola, come c..è possibile? Due anni prima non vedemmo i bianconeri se non da lontano, nella curva opposta alla nostra.

Giriamo in tondo. Per arrivare allo stadio ci vuole una vita. Le battute diventano più rare, non sappiamo che sta succedendo ma iniziamo ad essere un poco nzeriosi.

Allo stadio fuori ai cancelli trovo la guerra, qualcuno prova a entrare forzando, volano bottiglie, ho paura di essere ciaccato. Mi maledico io e la mia allergia al divano e alla Rai.

Girano le prime voci incontrollate. E’ morto un napoletano, gli ha sparato un poliziotto, anzi no un romano ma era una rapina.

Un amico si premura di mandarmi un sms dove mi parla di agguati ai danni dei napoletani da romani, fiorentini, veronesi e juventini tutti riunitisi in Urbe.

Il  cellulare prende manco la chiavica, vorrei al contempo dire a casa che sto bene e contemporaneamente capire che sta succedendo.

Passano le ore e non si gioca ancora. La curva vuole sapere che è successo, se quel ragazzo ferito sta bene. Prima che Hamsik vada a parlare con loro, ho l’impressione che siano pronti all’invasione rabbiosa e feroce, rivedo Avellino, vedo Marek parlare con gli ultras e penso a Scirea, se mai ho avuto un sesto senso in vita mia, forse è stato quando nei giorni precedenti sentii il bisogno di rivedere ciò che accadde a Bruxelles.

Vedo Renzi e altri politici impietriti in tribuna, mentre Hamsik e Genny la carogna diventano Ministro degli Interni, addetti alla sicurezza.

A tutto penso tranne alla partita, vorrei essere uno di quelli che non hanno mai visto una partita di pallone, mi riprometto nuove passioni, tra la tauromachia e la tassidermia. Accompagnerò d’ora in poi tutte le mie femmine presenti e future all’Ikea, alla Standa, pure dal medico di base.

Inizia la partita, ma nun me passa manco p’a capa. Insigne ancora non Raiola munito e con un futuro ancora da scrivere, ne fa due, dopo un anno un po’ così.

Esultiamo, ma non c’è gioia, c’è rabbia per chi ci ha rotto il calcio, c’è timore per quello che può succedere alla fine, di colpo la Coppa Italia diventa meno allettante del Trofeo Moretti.

Il Napoli vince, sto intossicato, vorrei capire meglio che è successo, qualcuno va sul campo ad esultare, mi danno la nausea.

Il viaggio di ritorno ha come colonna sonora un silenzio assordante. Due anni prima c’erano stati cori, male parole dette in allegria, canti. Ora ognuno di noi tiene na faccia appesa manco avesse trovato la propria donna a chattare con Rocco Siffredi.

Maggio diventa il mese di Ciro, ogni giorno notizie contrastanti, sta bene, sta peggio, si riprenderà, non ce la farà.

La sorpresa più bella è la mamma di questo ragazzo. Ti aspetteresti normalmente una donna pronta a inveire contro l’universo mondo, ne avrebbe diritto, avrebbe tutte le licenze del caso, anche di fare la vajassa. E invece questa donna minuta ma gigantesca non trasmette mai rabbia, solo dignità, amore, voglia di comprendere come evitare episodi simili.

Ciro non ce la fa. La sera in cui andai a salutare la sua bara, Scampia non aveva suoni, qualcuno aveva tolto l’audio.

Non c’erano clacson, non c’erano parole,squilli di cellulare.

Migliaia di persone mute.

Dopo non volevo seguire più il calcio, ma la passione per il pallone segue vie misteriose, poche settimane e jastemmai Aurelio per il mercato e Benitez per il Bilbao, la vita continua.

Forse io e Ciro non saremmo mai diventati amici, magari a qualche incrocio nella 167 ci siamo pure guardati storto, sarà volata qualche mala parola, ma che darei perché in quel Napoli Roma che ci portò in finale, in un mondo parallelo, Reina avesse fatto una papera, Gervinho avesse bruciato Fernandez ed uscirmene da Fuorigrotta deluso ma con un ragazzo che non fosse andato incontro alla morte.

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