Come fare ad odiare l’Arsenal di Nick Hornby?

 di Marco Bruttapasta

Le palline del sorteggio di Europa League come al solito hanno avuto un risvolto pesantemente cazzimmoso ed hanno offerto in dono al Napoli l’Arsenal.

Certo, poteva capitare il Chelsea di Sarri e sui social le dispute avrebbero assunto toni da disfida Montecchi vs Capuleti, ma vivaddio poteva capitare pure un più soporifero Benfica, uno Slavia Praga, un Eintracht..

E’ capitato l’Arsenal e io dovrei odiare i Gunners dopo che ho amato Febbre a 90, sia il libro di Nick Hornby che, ipotesi più unica che rara, il relativo film con Colin Firth?

Ho amato grazie a Hornby il “Boring Arsenal” di George Graham, di un’epoca ante-Premier, in un calcio inglese ancora privo dei lustrini e degli stadi deluxe.

L’Arsenal di Graham è una squadra competitiva ma noiosa, lontana dall’Arsenal degli invincibili dei Vieira e dei Thierry Henry ma anche di un Bergkamp.

E’ un Arsenal che non somiglia per nulla alla squadra onanistica degli ultimi anni di Wenger, con cui si confrontò pure il Napoli di Benitez.

E’ un Arsenal brutto, sporco e cattivo, con Tony Adams in difesa, uno scellone roccioso con una smodata attrazione per i pub, con David O’Leary, l’irlandese a fargli compagnia.

Ha i colpi di genio di un Paul Merson e i goal sgraziati di un Alan Smith, vive sui cross di Winterburn e le sgroppate di Thomas e Rocastle.

I Gunners di Hornby non hanno il ritmo travolgente dei Reds di quegli anni, il Liverpool di John Barnes, di Peter Beardsley, né del Manchester di Ferguson che sta nascendo in quegli anni.

Non è l’Arsenal dell’Emirates. E’ l’Arsenal di Highbury e ci passa un mondo.

Highbury non era il teatro iper confortevole e tecnologico, tipico della Premier moderna, che tanto fa sbavare a noi poveri frequentatori di Fuorigrotta.

Highbury era storia, ma era anche gradoni, scomodità, risse possibili ad ogni angolo per un’occhiataccia, per una giornata no, per una Guinness di troppo, per combattere l’umidità genera artrosi della vecchia London.

Le pagine di Hornby non sono gravide di mazzate come quelle di Irvine Welsh quando parla degli Hibs ma restituiscono ugualmente la tensione di quegli anni.

Non era comodo vivere quel football, lo scrittore lo ricorda ad ogni piè sospinto, era il calcio inglese scacciato dalle Coppe Europee, in piena epoca post Heysel, in piena epoca tragedia di Hillsborough.

“..Tuttavia non furono le dimensioni della folla che mi colpirono maggiormente, o il modo in cui gli adulti potevano gridare la parola «COGLIONE»! forte quanto volevano, senza attirare l’attenzione di nessuno. Ciò che più mi colpì fu proprio quanto la maggior parte degli uomini intorno a me odiasse, veramente odiasse, essere là. Per quel che riuscivo a giudicare, nessuno sembrò trarne piacere, nel senso in cui io intendevo la parola, da niente di ciò che accadde in tutto il pomeriggio. A pochi minuti dal calcio di inizio ci fu vera rabbia («Sei una VERGOGNA, Gould. Una VERGOGNA!», «Cento sterline a settimana? CENTO STERLINE A SETTIMANA! Dovrebbero darle a me per guardarti»); man mano che il gioco continuò, la rabbia si traformò in indignazione, e poi sembrò coagularsi in un torvo, silenzioso disagio. Sì, sì, conosco tutte le battute… Che cos’altro avrei potuto aspettarmi a Highbury? Ma sono stato negli stadi del Chelsea, del Tottenham e dei Rangers, e ho visto la stessa cosa: che la condizione naturale del tifoso di calcio è l’amara delusione, indipendentemente dal risultato.

Il protagonista del libro, un insegnante, vede la propria vita condizionata in toto dalla passione per la sua squadra di calcio.

Paul è un alter ego dello scrittore ma potrebbe essere un alter ego di tutti quanti noi.

Tutte le manie, le psicopatie del tifoso vengono descritte con l’abilità dell’antropologo.

La stagione 1988/89 dell’Arsenal condiziona un rapporto amoroso da poco intrapreso da Paul con una collega.

L’andamento altalenante dei Gunners, in bilico tra trionfo e disfatta per nove lunghi mesi, influenza ogni ora, ogni giorno della vita del protagonista, così malato di Arsenalite da cercare un appartamento per convivere, ad Highbury, appunto, il quartiere dello stadio.

Quanti di noi vediamo il nostro umore condizionato dal Napoli?

Chi vi scrive ha dovuto spesso con le proprie donne fingere problemi lavorativi o di ben altra natura per non ammettere che l’occhio lucido o l’umore altalenante in realtà dipendeva da un mancato acquisto di Spinesi o Grabbi, da un goal fallito con Rastelli o da un Grassi e Regini a gennaio, per parlare dell’era moderna e non del Mesozoico.

Ho scelto come giorno del matrimonio il 30 agosto per poter passare il viaggio di nozze durante la prima sosta del campionato, causa Nazionali, che ogni anno mi fa diventare più triste che vedendo Bambi e Dumbo legato sul divano.

Chi di noi non si riconosce in questo monologo?

Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un po’ ti si mescola tutto nella testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa. Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l’Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo… Okay, va bene tutto! Ma… non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa… E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio? E la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio, che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante, se ci pensi.”

Il libro ed il film hanno un happy end, suggerito dalla realtà: quell’Arsenal, che sembrava ormai aver dilapidato la possibilità di vincere il campionato con capitomboli inattesi con Deby County e Wimbledon, all’ultima giornata va ad Anfield e può solo vincere con due reti di scarto, per conquistare il campionato diciotto anni dopo l’ultimo trionfo, proprio a scapito dei padroni di casa del Liverpool.

L’Arsenal va in vantaggio, dopo il classico primo tempo contratto da gara decisiva,  ma il tempo passa e il secondo goal pare non arrivare mai contro quei Reds maledetti, pluriscudettati da anni,ammantati della classica buona sorte dei vincenti, fino al recupero ed al goal decisivo del semi-carneade Thomas:

I Gunners vinsero quel campionato e il protagonista trarrà la forza da quel successo per rivedere le proprie priorità, nel modo descritto mirabilmente da Hornby:

“Quando ripenso al 26 maggio 1989, non so spiegarmi esattamente cosa sia successo a entrambi. Be’, a tutti e tre se contiamo la squadra. Però so una cosa, che il mio rapporto con l’Arsenal è cambiato, quella sera. È come se fossi saltato sulle spalle della squadra quella sera e questa mi avesse trasportato nella luce che si irradiava di colpo su tutti noi. In quel momento, in qualche modo mi sono sentito staccato dalla squadra. Oh sì, ci frequentiamo ancora e io continuo ad amarla e insieme a odiarla, ma ho la mia vita ora, i miei successi e i miei fallimenti non sono necessariamente legati ai suoi. E questa è una buona cosa, o almeno credo.”

Quanti di noi avremmo raggiunto questo distacco se dopo Juventus Napoli il fato non fosse diventato avverso?

E allora io non riesco a vedere i Gunners, l’Arsenal, come un avversario qualunque, non riesco ad augurare loro di dover acquistare scorte di Imodium come farei per ogni altro team.

Maledetto Nick Hornby, io adesso vorrei detestare Leno o Cech, l’ex doriano Mustafi, il tragico Ramsey, il crinito Guendouzi, il saettante Aubameyang o Ozil, turco teutonico, munito di classe e occhiaie da adolescente alle prese con il Postal Market, ma è più forte di me non ce la faccio.

Qunado ci eliminarono dalla Champions, i miei anatemi furono maggiormente rivolti al viso congestionato di Klopp e al biscotto Marsiglia-Dortmund che non contro i londinesi versione 2013/14.

Ma poi, forse penso che ad Hornby questo Arsenal troppo ricco, troppo creativo, troppo cosmopolita,troppo lontano dalla working class non piaccia e sento di non fargli tutto questo torto, da lettore, augurando sventura al suo club nei due match che ci attendono…

 

 

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