Troppi stranieri in Serie A: questo è il male del calcio italiano?

TROPPI STRANIERI NEI NOSTRI CAMPIONATI

Troppo spesso, per liquidare in maniera frettolosa e superficiale la crisi tecnica che sta attanagliando il calcio italiano negli ultimi dieci anni, si fa riferimento alla presenza di troppi stranieri nei nostri campionati. Il fenomeno non è così semplice da analizzare. Anche perché la massiccia presenza di stranieri, e la conseguente inadeguatezza nell’ottimizzare giovani calciatori italiani, trova la sua spiegazione ed il suo fondamento su molteplici motivi. Alle componenti di tipo più marcatamente calcistico, infatti, si affiancano quelle di natura extra calcistica. Fattori di tipo economico e legislativo, quindi, contribuiscono a condizionare la mancata valorizzazione del prodotto italiano. Palesemente incapace di realizzare un efficace ricambio generazionale rispetto ai fasti degli anni ’90.

IL MODELLO ECONOMICO CHE SOVRAINTENDE UNA SQUADRA PROFESSIONISTICA

Il punto di partenza della nostra analisi è proprio il radicale cambiamento che ha subito il “sistema calcio”. Negli ultimi trent’anni si è verificata una rivoluzione nel modello economico che sovraintende una squadra professionistica. Il prototipo di presidente “mecenate”, è stato surrogato dal presidente “imprenditore”. Al titolare ricco e generoso, capace di gesti estremi, magari anche contrari alle leggi del mercato, posti in essere a qualsiasi costo pur di soddisfare le richieste dei tifosi, nonché l’ego dello stesso presidente, s’è sostituito un manager interessato più a far quadrare i conti, che a vincere trofei. Questo, quando il titolare del pacchetto di maggioranza di una società è una persona fisica, piuttosto che un fondo di investimento sito al di là dell’oceano. Concetti estranei al mondo del calcio negli anni ‘90, ma funzionali al mondo della finanza, hanno, dunque, cominciato a ingolosire i presidenti e stimolare la fantasia dei tifosi, più di un acquisto pomposo al mercato estivo. Ecco, quindi, che diritti televisivi e d’immagine, plusvalenze e disavanzi di bilancio sono diventati termini di uso comune. Per i tifosi, prima ancora che per gli amministratori delegati. Del resto, il proprietario di una squadra di calcio è innanzitutto un imprenditore. Come tale, persegue l’obiettivo di massimizzare i risultati in base alle proprie disponibilità economiche. In estrema sintesi, cerca di ottenere il massimo dal budget a sua disposizione. In questo contesto, assai poco romantico, è indubbia la volontà di mantenere inalterati certi equilibri finanziari, altrimenti oberati da investimenti strutturali a lungo termine.

COSTRUIRE UN SETTORE GIOVANILE È ONEROSO

In effetti, il problema è proprio questo: costruire un settore giovanile è costosissimo. E non sempre produce gli effetti desiderati. Almeno nel breve termine. Prima di ogni altra cosa, bisogna avere una struttura adeguata: campi di calcio, palestra, e convitto dove ospitare i giovani calciatori reclutati in altre regioni. Chiaramente, una struttura che sia di proprietà e non in comodato d’uso. Tutto questo comporta un massiccio investimento iniziale, che non sempre e non necessariamente determina poi la conseguente creazione di un giovane talento abile per il salto in prima squadra. Generalmente, il ciclo di formazione di un giovane calciatore in un settore giovanile copre 5/6 anni. Due anni i Giovanissimi, due gli Allievi. La Primavera come categoria di uscita. Qualche società più attenta e lungimirante, partecipa anche al campionato Berretti, che fa da cuscinetto tra gli Allievi e la Primavera. Onde evitare che il calciatore non ancora pronto, per motivi fisici e/o tecnico-tattici, possa “perdersi” nel confronto con giocatori non di pari età, ma anche tre anni più grandi. Sostanzialmente, potrebbe anche accadere che al termine del ciclo, ovvero dopo un lustro abbondante di investimenti economici, il settore giovanile non abbia prodotto un talento capace di sbarcare in pianta stabile in prima squadra. Ecco spiegato il motivo per cui sempre più spesso le società si rivolgono al mercato estero: con la stessa cifra preventivata per un quinquennio, un investimento che non necessariamente produce dividendi, comprano un giocatore pronto a soddisfare le necessità immediate della prima squadra. Lo svantaggio per la crescita dei giovani calciatori italiani, a tutto vantaggio dei colleghi provenienti da federazioni straniere, in  questo sistema è innegabile. Fino a quando le società potranno mettere sotto contratto i singoli calciatori, non in funzione di favorirne la maturazione tecnico-tattica, ma in tantissimi casi soltanto per incrementare l’attivo patrimoniale del club, le motivazioni di tipo contabile prevarranno sempre su quelle strettamente sportive.

LE CONSEGUENZE DELLA SENTENZA BOSMAN SUI VIVAI

Da non sottovalutare poi, le conseguenze normative imposte dalla sentenza Bosman, del 1995. Prima di questa data storica, la UEFA consentiva alle squadre di poter tesserare massimo tre calciatori stranieri. Senza alcuna distinzione tra comunitari ed extracomunitari. In seguito, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilì che, in ossequio al principio della libera circolazione dei cittadini europei – che garantisce il diritto di poter soggiornare, lavorare e studiare in qualsiasi paese membro, senza restrizione alcuna –  i calciatori dell’Unione Europea potevano trasferirsi gratuitamente, alla scadenza naturale del contratto, ad un altro club, purché facente parte di uno Stato dell’UE. La sentenza Bosman produsse una conseguenza di portata epocale. In seguito al provvedimento adottato dalla Corte di Giustizia dell’UE, fu impedito alle varie leghe continentali di porre un tetto al numero degli stranieri, considerando questa prassi discriminatoria verso gli atleti dell’Unione Europea. Altresì, la sentenza impose limitazioni solo ai calciatori extracomunitari. Ovvero, appartenenti a Stati non membri dell’UE. Il parere di molti addetti ai lavori, specialmente di quelli che lavorano in società orientate alla costruzione del giovane talento calcistico all’interno del proprio settore giovanile, le conseguenze prodotte dall’accoglimento della sentenza Bosman hanno determinato un costante e progressivo disinvestimento degli stessi club nella cura dei vivai.

IL NUMERO DEI CALCIATORI STRANIERI PRESENTI IN ITALIA PER 2017-18

In estrema sintesi, considerando solo le tre Leghe professionistiche (Serie A, Serie B e Lega Pro), per la stagione 2017-18, il numero dei calciatori stranieri presenti in Italia è superiore alle 300 unità, per la massima serie. Una percentuale, pertanto, che supera abbondantemente il 55% del totale dei tesserati, in serie A. Cifre che si dimezzano nella cadetteria. Su 650 calciatori che partecipano alla serie B, gli stranieri sono 150. In sostanza, occupano il 23% dei tesseramenti. In realtà, le cifre subiscono un netto ridimensionamento quando si analizza la Lega Pro. Dove gli stranieri, per le diverse squadre che compongono i tre gironi in cui si articola attualmente la terza serie, sono circa 200. Cioè, equivalgono a meno al 12% del totale tesserato. In effetti, per quanto riguarda la Lega Pro, sarebbe necessario fare un discorso a parte. In quanto, le norme imposte a livello federale (l’obbligo di schierare i cd. “Under”) hanno prodotto più danni, che effettivo giovamento ai giovani calciatori. E’ vero che l’introduzione di una regola di tipo protezionistico ha fallito i suoi reali intendimenti. La logica era quella di favorire il lancio in prima squadra di giovani talenti. Tuttavia, ha innescato un meccanismo inverso e perverso per i giovani, che vengono tesserati soltanto perché hanno la classe di età giusta. In definitiva, le società di Lega Pro li vincolano soltanto per intascare i contributi. Un mezzo, dunque, per ottenere una forma di finanziamento e non un valore aggiunto per il processo di formazione del giovane calciatore. Questo argomento si allarga a macchia d’olio quando l’indagine si estende alle principali categorie dilettantistiche (serie D, Eccellenza e Promozione). Ma questa è un’altra storia. E probabilmente sarà la fonte d’inchiesta della prossima puntata!!!

Francesco Infranca

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