Squadre B: istruzioni per l’uso per evitare che diventino deleterie

Quando si fa riferimento alla necessità di ricorrere alla creazione delle cd. “squadre B” come punto fondamentale di una profonda riforma strutturale del calcio in Italia, sarebbe corretto innanzitutto specificare di cosa parliamo. Il motivo è presto detto: nei quattro principali campionati d’Europa (Spagna, Germania, Inghilterra e Francia) adottano sistemi diversi, che vengono forzatamente accomunati, per semplificare agli occhi di tifosi e addetti ai lavori l’importanza delle seconde squadre. Ma che sono assai diversi tra loro, tanto sul piano sportivo. Quanto dal punto di vista dello status giuridico. Sostanzialmente: in Inghilterra, le seconde squadre giocano un campionato a parte. In Spagna, fanno classifica mentre in Germania no. In Francia, sono dilettanti Tutte discriminanti non di poco conto. Analizziamole, nello specifico.
In Inghilterra, le squadre B non sono in alcun modo inserite nella piramide calcistica. Anzi, giocano un campionato a parte, esclusivamente dedicato a loro. Fino al 1999 si disputava la cd. “FA Premier Reserve League”, un vero e proprio campionato parallelo alla Premier, riservato alle squadre del massimo campionato. In cui, di fatto, venivano schierati i giocatori non convocati per la gara della prima squadra. Con promozioni e retrocessioni strettamente connesse al destino della “casa madre” nella stessa Premier League. Dalla stagione 2012/13, il campionato riserve si è trasformato, attraverso la creazione della cd. “Professional Development League”, che ha ridisegnato la mappa di tutti i campionati giovanili, strutturata in due fasce d’età: Under 21 e Under 18. Al torneo Under 21 (“Barclays U21 Premier League”) partecipano 24 squadre, su due livelli: 12 in Division One e altre 12 in Division Two. Con girone all’italiana e meccanismi di promozione e retrocessione. Attualmente, comprende le formazioni Under 21 di 15 club di Premier League e di 9 di Championship (corrispondente alla nostra serie C. Possono giocare in questo campionato giovani tra gli Under 16 e gli Under 21, con l’eccezione di tre fuoriquota e un portiere, che può essere sempre oltre età. Circostanza, che permette ai club di poter schierare calciatori della prima squadra, anche già affermati e con una solida carriera alle spalle, cui necessita dare spazio e minutaggio, magari successivamente ad un infortunio. Quindi, alla ricerca della miglior condizione fisica. Generalmente, le partite della Barclays U21 Premier League si disputano presso i centri tecnici dove le prime squadre svolgono i loro allenamenti. Chiaramente, le strutture non sono come quelle italiane, ma all’avanguardia, sia qualitativamente che quantitativamente. Una particolarità di questo campionato, però, è che ogni società deve obbligatoriamente, nel corso della stagione, ospitare almeno tre gare casalinghe della Under 21 nello stadio dove gioca la prima squadra. Con ricadute importanti in termini di visibilità per i giovani calciatori, nonché per affluenza di pubblico. La riforma del 2012 ha cominciato a produrre risultati tangibili solo adesso. La sensazione diffusa è che i top-club inglesi stiano cominciando a privilegiare la maggior competitività dei campionati giovanili, conseguenza diretta della riforma, piuttosto che optare per il prestito dei calciatori formatisi nelle loro Academy, anche soltanto per un numero limitato di gare, a squadre di categoria inferiore. La ventata di novità è palese anche in termini di trofei. Il 2017, infatti, è stato l’anno in cui le nazionali dei Tre Leoni, a livello giovanile, l’hanno fatta da padroni (o quasi): l’Under 17 ha perso l’Europeo, solo ai calci di rigore, con la Spagna. Lotteria dei rigori fatale pure alla Under 21, battuta in semifinale dalla Germania, laureatasi poi Campione d’Europa. Meglio è andata all’Under 19, sul trono delle regine d’Europa, dopo aver sconfitto il Portogallo e all’Under 20 Campione del Mondo contro il Venezuela.
In Spagna. le squadre B non hanno limiti di età. Sono obbligate dalla Federazione iberica ad iscriversi almeno in una categoria inferiore, rispetto alla prima squadra. In sostanza, non possono essere promosse in Liga. Addirittura, vengono “indietreggiate” d’ufficio nel caso in cui la prima squadra dovesse retrocedere sul campo. Inoltre, contrariamente a quanto avveniva in passato, non possono prendere parte alla Coppa del Re. Nel corso della stagione, il passaggio dalla prima squadra alla succursale (e viceversa) è libero. Senza vincoli strettamente connessi alle finestre di mercato. Tuttavia, è consentito solo ai calciatori under 23. Oppure under 25, ma titolari di un contratto “da professionista”. In effetti, con questo sistema, alle società che militano nella Liga viene concessa la facoltà di schierare senza alcun limite i giocatori della succursale. In maniera tale da garantire ai propri tesserati la certezza di poter maturare esperienza tra Serie B e Serie C, rimanendo sotto la lente d’ingrandimento del club proprietario del cartellino.
In Germania esistono vere e proprie seconde squadre, che non possono andare oltre la 3.Bundesliga (terza divisione del calcio tedesco). Con promozioni e retrocessioni libere da lì in giù. Dal 2008, onde evitare incroci sospetti, anche in Germania non partecipano più alla Coppa nazionale. Dal punto di vista regolamentare, non sono previsti limiti di età e c’è ampia libertà di passaggio dei calciatori dalla formazione riserve alla prima squadra (e viceversa) sempre durante la stagione, anche fuori dalle finestre del mercato. Una curiosità: dal 2014 la Federazione ha stabilito il principio della non obbligatorietà a carico delle squadre di Bundesliga a istituire squadre B. Poiché possono giocare al massimo in terza serie, alcune società prestigiose (Eintracht Francoforte, Bayer Leverkusen e Lipsia) hanno deciso di rinunciare alla propria squadra B, preferendo concentrare investimenti economici e risorse umane sulle squadre giovanili. Attualmente, solo il Werder Brema II milita in 3.Bundesliga. La maggior parte delle seconde squadre tedesche, invece, disputano la cd. “Regionaliga”, una categoria di tipo semi-professionistico. Il fatto che giuridicamente parlando, le squadre B non facciano classifica ai fini di una ipotetica scalata alla piramide calcistica, ha fatto propendere moltissime società a orientare lo sforzo umano e logistico verso il settore giovanile. Dopo il deludente Europeo del 2000, in cui la Germania, detentrice del titolo continentale, si fece eliminare nella fase a giorni da Portogallo e Romania, i vertici federali del calcio tedesco decisero di operare una profondamente ristrutturazione dei loro vivai: ideologica (più tecnica individuale e meno attenzione alla prestanza fisica, marchio di fabbrica del calcio teutonico fino a quel momento), prima ancora che formale. Con un investimento di circa 300 milioni di euro e la creazione di 366 centri federali distribuiti sul territorio.
In Francia, le seconde squadre non sono inserite nel calcio professionistico. Al di là delle Alpi, infatti, il parametro di valutazione cui si concentra maggiormente la Federcalcio francese nella costruzione dei giovani calciatori avviene all’interno dei centri di formazione giovanile. Le squadre di Ligue1 e Ligue2 che hanno un centro di formazione di loro proprietà non possono andare oltre la CFA1 (il corrispettivo della nostra quarta serie). Le altre, invece, in CFA2 (la quinta serie). Non ci sono né limite d’età, tantomeno limitazioni al passaggio dei giocatori tra la squadra principale e la succursale.
A questo punto, dopo aver fatto un ideale giro nell’Europa del pallone che conta, sarebbe il caso che gli organi deputati alla riforma necessaria a rilanciare il “made in Italy” si interrogassero su come dovrebbe attuarsi l’introduzione delle squadre B nella nostra piramide calcistica e con quali criteri. Nella eventualità in cui venisse riconosciuta alle seconde squadre la possibilità di “fare classifica”, la loro istituzione, di fatto, depaupererebbe ancor di più la competitività delle categorie inferiori. A partire dalla serie D a salire, toglierebbe spazio a quelle realtà di provincia, che proprio attraverso il risultato sportivo (il salto di categoria, con la promozione conquistata sul campo), sperano di ottenere anche un miglioramento economico nel breve e medio termine. Nonché, una modifica dello status giuridico: da dilettanti a semiprofessionisti o professionisti. Al contrario, è difficile pensare pure all’ipotesi in base alla quale le seconde squadre non dovessero fare classifica. Si correrebbe il rischio serissimo di affidare la crescita dei giovani calciatori a tornei di tipo “virtuale”, nel quale le partite contro le squadre B non avrebbero alcun valore ai fini della classifica finale per le avversarie. In buona sostanza, poco più che amichevoli infrasettimanali!!!

Francesco Infranca

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