Napoli a -16 dalla vetta: fallimento o inizio di un nuovo ciclo?

 di Francesco Infranca

La sconfitta con la Juventus ha depresso un po’ tutto l’ambiente napoletano: addetti ai lavori, tifosi o semplici simpatizzanti. Nonostante il passo falso interno con i bianconeri abbia prodotto un effetto numerico pari a zero, visto l’enorme divario che già c’era tra prima e seconda in classifica, l’impatto emozionale non può e non deve essere trascurato. All’improvviso, gli azzurri hanno preso piena consapevolezza di quanto fosse utopico l’obiettivo di provare a riaprire la corsa al titolo di Campioni d’Italia. Non è solo un discorso di distanza abissale dalla vetta della classifica. C’è una considerazione di carattere più generale da fare: Carlo Ancelotti ha dovuto costruire una squadra assai diversa rispetto a quella esaltante e (quasi… ) vincente della precedente gestione tecnica. Eppure, al netto di tutte le difficolta incontrate sulla via della quadratura del cerchio, e benchè il divario con chi si avvia a vincere in cavalleria l’ottavo Scudetto consecutivo sia sotto gli occhi di tutti, l’allenatore di Reggiolo ha cercato di lasciare, dal punto di vista tecnico-tattico, un’impronta immediata sul Napoli, attingendo dalla sua esperienza ai massimi livelli e ricorrendo a soluzioni alternative rispetto a quelle messe in preventivo al momento del suo arrivo all’ombra del Vesuvio.

 

D’altronde, finora, le statistiche del Napoli al San Paolo, limitatamente al campionato, raccontavano di 10 vittorie, 3 pareggi e nessuna sconfitta. La vittoria della Vecchia Signora, quindi, ha avuto un valore significativo, visto che, portandosi a +16 e considerando pure i due scontri diretti a favore, appare palese come la squadra di Allegri abbia sostanzialmente chiuso il discorso Scudetto prim’ancora che cominci la Primavera. Il rovescio della medaglia è che, dopotutto, il Napoli ha comunque scavato un solco difficilmente colmabile con tutte le altre rivali per un posto in Champions League. L’ultimo turno di campionato, infatti, ha contribuito a delineare ancor più nitidamente la griglia per l’accesso all’Europa che conta, quella dei Top Club (o presunti tali…). Le sconfitte di Inter e Roma, associate alla vittoria del Milan, consentono proprio ai rossoneri di rilanciarsi in classifica al terzo posto. Quello che appare evidente, però, è lo stato di strisciante malinconia in cui sono precipitati i nerazzurri, che nelle ultime sette giornate si sono fatti recuperare dai cugini la bellezza di nove punti. Anche la vittoria della Lazio, nel derby, disegna prospettive completamente diverse al futuro dei biancocelesti che, nel caso in cui battessero l’Udinese, nel recupero del 10 aprile, si piazzerebbero a pari punti con i giallorossi. A soli tre punti dal quarto posto, utile per qualificarsi alla Coppa dalla Grandi Orecchie del prossimo anno.

 

Il Grande Freddo – i sedici punti che dividono il Napoli dalla Juventus – potrebbe far dunque pensare ad una stagione fallimentare, non in linea con gli obiettivi prefissati ad inizio stagione da presidenza e direzione sportiva. Le cifre, tuttavia, sono asettiche nella loro crudeltà. Alcune volte, però, occorre interpretarle, oltre che limitarsi a leggerle. Un approfondimento doveroso, per effetto del quale, magari, è possibile trovare circostanze positive anche se gli azzurri sono così lontani dalla vetta. E meno male che a risollevare il morale ci abbia pensato la vittoria con il Salisburgo. Un ulteriore risultato negativo contro gli austriaci avrebbe senz’altro contribuito ad avvelenare lo spirito ad una squadra e ad una città che a questo punto della stagione sicuramente non immaginavano di avere un distacco così siderale dalla testa della classifica. Nulla vieta di pensare che, seppur i Tori cari alla Red Bull non siano stati un ostacolo troppo complicato da addomesticare, proprio la serata di Europa League possa riaccendere l’entusiasmo e fornire la giusta spinta emozionale in vista della volata finale primaverile, tanto in  Campionato quanto nelle notti europee.

 

La garanzia che il lavoro di costruzione di Ancelotti sia soltanto all’inizio è insita nella storia di Carletto come allenatore. In effetti, ovunque sia stato, ha sempre fatto scelte politicamente “non allineate”. Anche all’ombra del Vesuvio, non si è accontentato di far funzionare soluzioni radicate nel triennio precedente, limitandosi a gestire il gruppo ereditato da altri e non toccando gli equilibri raggiunti. Invece, ha continuato a provare alcune interessanti soluzioni tattiche, che fanno parte integrante, a pieno titolo, del Napoli attuale e soprattutto di quello che verrà il prossimo anno. Essenzialmente, sono due le principali innovazioni apportate da Ancelotti al sistema attuato dal suo Napoli: il gioco di posizione delle mezz’ali ed il “falso terzino”.

 

Al fine di rendere la sua squadra meno prevedibile nello sviluppo situazionale della fase di possesso, Ancelotti s’è ispirato all’idea di rimodulare la posizione delle mezz’ali, favorendo la ricerca del gioco di posizione, avendo così sia ordine e controllo tecnico nell’uscita del pallone, sia creatività pura nella zona di rifinitura attraverso i movimenti di Fabiàn Ruiz e Zielinski. Una strategia che ha favorito ed esaltato ad inizio di stagione i movimenti dello spagnolo, prima che la partenza di Hamsik per la Cina l’obbligasse ad “abbassarsi” davanti alla difesa, per affiancare Allan nella costruzione del gioco. In questo senso, la figura del polacco è emblematica, perché ha rappresentato il giusto alter ego all’ex Betis Siviglia, interpretando in maniera diversa il medesimo ruolo e garantendo gli stessi strappi. In definitiva, che giocassero l’uno o l’altro, il rendimento non è cambiato. Entrambi, infatti, partendo larghi in fascia, si accentravano nello spazio intermedio sul proprio lato, al punto da generare superiorità numerica nello spazio alle spalle dei centrali di centrocampo avversario. Grazie a giocatori come Fabiàn Ruiz e Zielinski, che ricevono direttamente nel mezzo spazio per muoversi successivamente in verticale a seconda dell’altezza del pallone, il Napoli riesce a creare densità sul lato forte, e immediatamente dopo liberare un uomo in situazione di uno contro uno sul lato debole.

Due imprevisti hanno portato allo sviluppo della figura del cd. “falso terzino”. Innanzitutto, le difficoltà di Ghoulam a riprendere possesso in pianta stabile della fascia sinistra: una circostanza endemica, strettamente connessa all’anno di inattività ed ai due interventi con i quali ha dovuto convivere l’algerino, non ancora pienamente recuperato alla causa, se non clinicamente, almeno sul piano della continuità di rendimento sul medio-lungo termine. L’aver sottovalutato gli evidenti limiti morfologici di Mario Rui ha indubbiamente aggravato la situazione, specialmente contro quelle squadre che si preoccupano più di calciare il pallone in aria, piuttosto che giocarlo a terra, per sfruttare a loro favore la palese mismatch, costringendo gli azzurri ad accettare situazioni di uno contro uno in fascia, ogni qual volta il terzino portoghese si vede costretto a fronteggiare un avversario capace di sovrastarlo fisicamente. Senza trascurare, poi, le continue amnesie di Hysaj, incapace di mantenere una concentrazione accettabile per tutto l’arco della gara e con evidenti limiti dinamici e nei fondamentali tecnici, tanto in fase di costruzione della manovra, quanto in marcatura. Tutte queste consapevolezze hanno obbligato Ancelotti a schierare Maksimovic terzino destro, in modo di farlo allineare con Albiol e Kolulibaly a formare una temporanea linea difensiva a tre. Una strategia per non concedere parità numerica in fase di non possesso, che postulava movimenti predeterminati del serbo, come difensore centrale e come laterale, a seconda delle fasi di gioco. Chiaramente, per la risalita del pallone, il Napoli preferiva privilegiare il lato sinistro, visto e considerato quanto poco avvezzo potesse essere Maksimovic nel favorire lo sviluppo della manovra in fascia, “aprendosi” per garantire ampiezza al possessore, se non addirittura, andando in sovrapposizione. La scelta di Albiol di risolvere definitivamente i problemi al ginocchio, che l’angustiavano da tempo, con un intervento chirurgico, hanno obbligato conseguentemente l’allenatore a riportare Maksimovic nel suo ruolo tradizionale.

In ogni caso, nulla vieta di pensare che queste opzioni possano essere la base di partenza per il Napoli del futuro. Chissà, ricorrendo al mercato per surrogare alcuni degli interpreti attuali, con altri, più adatti per caratteristiche ad esaltarsi nel sistema di gioco “fluido” e innovativo che il tecnico di Reggiolo pare voler cucire addosso alla sua squadra.

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