Milik è il centravanti ideale per il Napoli di Ancelotti

 

 di Francesco Infranca

In un ambiente già depresso a causa della precoce eliminazione dalla Coppa Italia, alla luce della uscita dalla Champions League, sanguinosa per tempi e modalità con cui è maturata per mano del Liverpool solo all’ultima giornata di un girone condotto sempre in testa, e visto anche il divario accumulato in serie A dalla Juventus, la Coppa nazionale poteva essere il palcoscenico sul quale gli azzurri potevano misurare legittimamente le loro ambizioni di vittoria. L’obiettivo stagionale, almeno per il momento, rimane l’Europa League, una competizione stimolante, seppur estremamente difficile ed insidiosa. Tuttavia, il Napoli non deve compiere l’errore di snobbare il campionato, poiché il pareggio interno dei bianconeri contro il Parma ha diminuito la distanza dalla vetta della classifica a 9 punti. Gli azzurri, quindi, dovranno fare affidamento sullo scontro diretto al San Paolo e pensare comunque di poter continuare a tenere ancora aperta la lotta Scudetto, almeno fino al 3 marzo.

 

La ritrovata brillantezza sotto porta palesata con la Sampdoria deve essere il punto di partenza sul quale provare a fondare il tentativo di rimonta sulla Vecchia Signora. Ma prima bisogna fare una premessa di carattere generale. Con Maurizio Sarri gli azzurri cercavano di controllare le partite grazie all’altissima percentuale di possesso, le giocate “a muro” e la ricerca costante del terzo uomo. La necessità di offrire almeno due (preferibilmente tre…) soluzioni di passaggio al portatore di palla, unite ad una costruzione dal basso affidata al triangolo formato dai due centrali difensivi e dal “pivote” – con il coinvolgimento attivo del portiere -, si tramutava in una manovra avvolgente, qualitativamente superiore alla stragrande maggioranza degli avversari. Eppure il “lato oscuro” nell’Estetica Trascendentale non è mancato, specialmente contro quelle squadre abili a prendere le adeguate contromisure per limitare l’approccio propositivo e spettacolare del Sarrismo, schierandosi con il rombo di centrocampo e disponendo una vera e propria marcatura dedicata su Jorginho, talmente efficace da sterilizzare il brasiliano, incapace di penetrare con continuità le linee di pressione avversarie. L’imprevedibilità veniva allora offerta dai tagli di Insigne e Callejon, nonché dalla qualità del gioco spalle alla porta di Mertens, tutt’altro che “falso nueve”. Pur avendo caratteristiche fisiche diverse rispetto al classico “centroboa”, Ciro il belga ha dimostrato di essere un vero centravanti, che spezza le linee di pressione avversarie grazie all’eccellente dribbling ed eccelle nel gioco spalle alla porta. Inoltre, fa ottimi movimenti incontro, per cucire il gioco e guadagnare molti falli.

La produzione offensiva del Napoli di Carlo Ancelotti, invece, è visibilmente diversa rispetto a quella della precedente gestione tecnica. L’allenatore di Reggiolo, infatti, pretende un approccio più diretto in fase offensiva, con frequenti verticalizzazioni, cercando di sfruttare gli spazi in ampiezza, attraverso il lavoro dei laterali difensivi. In alternativa, attaccando la zona centrale per creare superiorità numerica e posizionale alle spalle del centrocampo avversario, con Zielinski oppure Fabiàn Ruiz. Le sfide contro squadre disposte con blocchi bassi e molto compatti in verticale hanno esposto tutte le difficoltà offensive del Napoli attuale, a causa dell’assenza di spazi favorevoli alla verticalizzazione immediata. Per esempio, Chievo, Spal, Bologna sono riuscite a limitare gli attacchi centrali agli azzurri, creando densità in zona palla e saturando tutte le superfici, in ampiezza e profondità. Specialmente al San Paolo, chi è riuscito a compattarsi in un 5-4-1 stretto, dal baricentro basso e con ben nove uomini sotto la linea della palla, ha obbligato il Napoli a gestire la fase di possesso, piuttosto che imporla.

Ebbene, in queste situazioni, ogni qual volta la squadra di Ancelotti si è ritrovata a fare un possesso palla prevedibile, costruendo dal basso con una manovra troppo lenta, non è riuscita a risolvere positivamente l’alchimia posta in essere dall’avversario. Va aggiunto che la duttilità mentale ha permesso al tecnico emiliano di non irrigidirsi sul piano tattico, consentendo alla sua squadra di adattarsi alle circostanze, chiedendo ed ottenendo dai suoi di alzare il ritmo della contesa per cercare di sviluppare maggiormente il gioco in fascia, rifinendo l’azione offensiva attraverso il cross. Oggi gli azzurri dipendono fortemente da Milik. Il centravanti polacco risulta imprescindibile, oltre che devastante: è un riferimento fisso in area di rigore, satura il cono di luce della porta, e fa reparto da solo, occupando lo spazio tra i due difensori centrali che lo contrastano. Indubbiamente, non è ancora un Top Player in senso assoluto. Però s’è trasformato inequivocabilmente in un finalizzatore di altissimo livello, che fa la differenza se inserito nel contesto giusto. E Ancelotti pare davvero essere l’allenatore ideale per esaltarne le qualità tecnico-tattiche.

 

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