Il ritorno alla terza coppa europea è il preludio alla SuperChampions

 di Francesco Infranca

Che il cd. “calcio moderno” esuli dagli aspetti prettamente agonistici, per valorizzare (quasi…) esclusivamente il profilo economico-finanziario ormai è assodato. Tuttavia, almeno finora, i “padroni del vapore”, quelli che tirano i fili ad un sistema sempre più simile ad un burattino da governare a seconda dei propri interessi personalissimi, non avevano ancora avuto l’ardire di spingersi così avanti ed attentare al principio ispiratore di ogni competizione calcistica. Ovvero, sminuire, fino ad accantonarlo, il risultato conquistato sul campo, in favore di una nobiltà, più o meno presunta. Una sorta di Diritto Divino, per effetto del quale, alcune squadre, quelle che appartengono alla casta dei Top Club (o presunti tali…), godrebbero di un’autorità e di un privilegio legittimatogli direttamente dal loro “sangue blu”. E per tale motivo, non dovrebbero sudare le proverbiali sette camicie per conquistarsi l’accesso alla competizione cui, per antonomasia, partecipano le Regine d’Europa: la Champions League.

Il quesito cui oggi, e nelle prossime puntate, cercherà di rispondere questa inchiesta, senza falsi moralismi o ipocrisie di facciata, che continuerebbero ad occultare una realtà, quella del calcio, non solo in Italia, piena di lati oscuri, che troppe volte si è dimostrata diversa rispetto al modo cui appariva agli occhi dei tifosi e dell’opinione pubblica, è il seguente: cosa si nasconde dietro il riformismo postulato dall’European Club Association???

E’ in atto uno strisciante tentativo di dar luogo ad un golpe bianco, posto in essere da alcuni membri del gotha delle principali Leghe, per sovvertire l’ordine precostituito. Gli indizi che avvalorano questa tesi sono ovunque, e sotto gli occhi di tutti. O meglio, basterebbe soltanto aguzzare un po’ l’ingegno, se non valesse l’aforisma secondo il quale, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, per comprendere appieno cosa stiano preparando i “Padri Fondatori” dell’Eca (European Club Association) – la lobby dei principali club europei, per fare subito chiarezza – con l’omertoso silenzio, al limite della compiacenza, se non addirittura, della palese complicità, da parte della Uefa: una rivoluzione senza ricorso alla forza, ma propinata alla massa in maniera morbida e silenziosa. Con l’aggiunta del contentino, elargito una tantum, per tacitare gli scontenti. Del resto, che cos’è un indizio, se non quell’elemento in grado di fornire un suggerimento in merito a qualcosa che, invece, non appare così evidente. Chiaramente, la presenza di un sola indicazione non è sufficiente a orientare una supposizione valida. Già due indizi assieme cominciano a suscitare una certa propensione a legittimare una teoria oggettivante. Ma quando si verificano in concreto e contestualmente ben tre indizi, tali da garantire tra loro univocità e concordanza, allora siamo davvero in presenza di una conclamata “prova provata”.

Il primo indizio su come la nuova razza padrona del calcio europeo voglia procedere verso una profonda riorganizzazione dell’intera attività, nazionale e internazionale, risale agli inizi dello scorso autunno. Il 24 e 25 settembre, infatti, presso il Teatro Goya di Madrid, si è svolta la terza edizione del World Football Summit: il congresso che riunisce la stragrande maggioranza delle personalità più influenti dell’industria pallonara. Oltre 2.000 addetti del settore, in rappresentanza di 95 paesi aderenti a Fifa e Uefa. Proprio in quell’occasione, Andrea Agnelli, nella doppia veste di presidente della Juventus e dell’Eca, ha effettuato un intervento nel quale tracciava le linee programmatiche di una massiccia riforma delle Coppe e dei Campionati, funzionale, da un lato, a tutelare le esigenze dell’élite calcistica, per garantir loro la possibilità di continuare a produrre ricchezza, sotto forma di utili di bilancio, e dall’altro, a restringere ancora di più lo spazio di manovra dedicato alle Nazionali, viste come insopportabili palle al piede, per la lucrosa attività dei club.

Facendo sfoggio di una ars oratoria degna del miglior Cicerone, il rampollo di casa Agnelli è andato dritto al punto della questio, presentando all’auditorio un messaggio chiaro e preciso, che ha abbracciato due temi, soltanto in apparenza slegati l’uno dall’altro, ma contigui: la creazione di una SuperLega, nonché il ritorno alla terza Coppa europea. Apparentemente, l’istituzione di una Superlega Europea a numero chiuso, subordinata al sistema delle licenze e, conseguentemente, avulsa dal meccanismo dei risultati maturati sul campo, garantirebbe l’accesso pluriennale, non tanto e (soprattuttto…) non solo in base ai risultati ottenuti negli anni precedenti nei rispettivi campionati nazionali. Verrebbero tenuti in particolare considerazione anche altri fattori, marcatamente extracalcistici, come, ad esempio, la ricettività degli impianti e la tradizione calcistica. In teoria, le squadre affiliate a questo nuovo format dedicato ai Top Club dovrebbero scegliere, in maniera consapevole, di abbandonare la loro Lega di appartenenza. Una circostanza impensabile, che andrebbe in netta contrapposizione con l’istituzione di una terza competizione continentale per club, almeno formalmente, sotto l’egida Uefa.

Ma il piano dell’Eca è ben articolato. Senz’ombra di dubbio, assai più diabolico. Effettivamente, è machiavellica l’intenzione di lasciare un piccolo margine agli esclusi, l’illusione di poter accedere all’elite. Il contentino, di cui sopra. Consentire, cioè, un minimo di apertura al ricambio, senza comunque mettere a repentaglio il diritto quesito, in sostanza, la posizione dominante, dei club fondatori. In quest’ottica, si inserisce il ritorno di una terza Coppa europea, che costituirebbe la base della gerarchia calcistica europea. A scanso di equivoci, non sarebbe un ritorno al passato, quando, oltre alla Coppa dalle Grandi Orecchie, cui si affiancava la Coppa Uefa, solamente lontana “cugina” dell’attuale Europa League, le notturne europee erano caratterizzate anche dalla Coppa delle Coppe. Sarebbe sì un ritorno alle tre competizioni. Però, in uno scenario completamente diverso rispetto agli anni ‘90. Una vera e propria suddivisione piramidale tra Serie A, Serie B e Serie C del calcio continentale, con meccanismi di promozioni e retrocessioni. E tutti i passaggi e le trasformazioni dei vari format verrebbero imposti in maniera non autoritativa, da un numero esiguo di personaggi; una lobby strettamente connessa ai club dell’élite europea, che lascerebbe le  briciole a chi avesse la presunzione di voler partecipare al lauto banchetto, senza poggiare tale pretesa su nessuna legittimazione di tipo feudale e/o nobiliare…

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