Il razzismo nel calcio non discrimina tra A e B

 di Francesco Infranca

Troppo spesso, per liquidare in maniera frettolosa e superficiale i motivi che sono alla base del progressivo e costante svuotamento degli stadi italiani, si trascura il problema dello strisciante razzismo, preferendo evidenziare, invece, le “classiche” ed abusatissime rogne, tipo la crisi economica ed il caro biglietti, piuttosto che la preponderanza delle pay tv – che in talune circostanze sfocia in vera e propria prepotenza – e dello stadio virtuale sulla passione vissuta dal vivo. Considerazioni di carattere puramente finanziario, che camminano di pari passo con quelle più marcatamente tecnico-tattiche, come il depauperamento della Serie A, ridotta a campionato poco competitivo e nient’affatto allenante rispetto alle maggiori Leghe europee. Come due rette parallele, che corrono all’infinito, senza incontrarsi mai, il calcio giocato e quello mercanteggiato nei salotti della Finanza creativa, concorrono a vari livelli nell’allontanare tifosi, appassionati o semplici simpatizzanti dagli stadi della Penisola. Alle componenti di tipo più marcatamente calcistico, quindi, si affiancano quelle di natura extra calcistica. Fattori di tipo economico e legislativo, che contribuiscono a rendere sostanzialmente irrisolvibile un problema che ha incancrenito l’intero “Sistema”. Tuttavia, il fenomeno non è così semplice da analizzare. Anche perché la palese sottovalutazione del deriva razzista da parte di tutti coloro i  quali, a vario titolo ed a vario livello dovrebbero invece contrastarla, è evidente, nonostante in tanti (forse troppi…) facciano a gara per stemperarne gli effetti nefasti su tutto l’ambiente. Quanto possa essere superficiale ed inadeguata la risposta di Federazione, Leghe ed Associazioni di categoria trova la sua spiegazione ed il suo fondamento su molteplici motivi.

La Figc, almeno formalmente, s’è sempre dimostrata particolarmente attenta al problema della discriminazione razziale, promuovendo una serie di attività funzionali a veicolare il calcio come elemento di integrazione, sensibilizzando specialmente le fasce d’età giovanile. Sin dal lontano 2011, infatti, la Federazione ha promosso e realizzato ben tre iniziative. Innanzitutto, il progetto “Rete”. Ovvero, un torneo rivolto ai ragazzi stranieri richiedenti protezione internazionale, provenienti principalmente da Gambia, Nigeria e Senegal, residenti presso i centri di accoglienza, strutturato prima su base regionale, e successivamente con una fase finale svolta presso il Centro Tecnico di Coverciano. A questa lodevole iniziativa, capace di aiutare a superare le barriere socio-culturali e favorire un maggior livello di integrazione attraverso la pratica del gioco, si affiancano altri due progetti, che agiscono in maniera sinergica. “Razzisti? Una brutta razza” è un programma educativo ideato per sensibilizzare i giovani delle scuole calcio sul tema dell’inclusione, la cui naturale estensione è “Tutti i colori del calcio”, che vede invece coinvolti gli studenti degli istituti scolastici e che ha permesso di evidenziare l’importanza dell’attività calcistica extracurricolare come veicolo di integrazione e benessere per i ragazzi coinvolti.

Per comprendere appieno quanto sia attuale il problema, occorre fare una premessa. Un piccolo salto indietro nel tempo, che lega in maniera sottile ed indissolubile il 2017 all’ultimo dei casi più vergognosi ed eclatanti vissuti nel nostro campionato soltanto qualche settimana fa in materia di razzismo. E cioè, i cori rivolti all’indirizzo di Koulibaly, in quanto non bianco, nel corso di tutta la partita Inter-Napoli. L’espulsione del difensore degli azzurri non solo è il paradigma di quanto possa essere invasivo sul rendimento di un giocatore, e di conseguenza, sulle sorti di una partita, il comportamento incivile di una parte più o meno consistente di una certa tifoseria. Al contempo, rappresenta addirittura una sorta di paradosso, poiché la sanzione dell’espulsione applicata dall’arbitro allo stesso centrale senegalese, reo di aver risposto agli ululati del pubblico di casa, che imitavano una scimmia, con un plateale applauso, pur essendo un atto (quasi..) dovuto, è risultata oltremodo penalizzante, per il Napoli ed il suo stesso difensore.

E’ utile ricordare che proprio in occasione della edizione 2017 della Confederations Cup in Russia, il presidente della Fifa, Gianni Infantino, al fine di assicurare un’atmosfera di rispetto all’interno degli stadi, si impegnò ad introdurre una novità, nella lotta alla prevenzione avverso qualsiasi forma di discriminazione: concedere all’arbitro la facoltà di poter interrompere temporaneamente la gara, qualora si fosse accorto del compimento di atti razzistici posti in essere dai tifosi presenti sulle tribune. Ancora più paradossale, se possibile, le reazioni di tutti quelli che, a vario titolo, avrebbero dovuto supportare Carlo Ancelotti, piuttosto che indignarsi, se non addirittura, spingersi fino a minacciarlo più o meno velatamente, per le parole pronunciate dal tecnico di Reggiolo immediatamente dopo la fine della partita incriminata (“La prossima volta lasceremo il campo noi e al limite ci daranno partita persa. Non è una scusa, non riguarda il Napoli, ma tutto il calcio italiano”). Senza considerare le conseguenze nefaste prodotte sulla carriera di quell’arbitro, balzato agli onori delle cronache, sportive e non, per la sospensione della partita Sampdoria-Napoli dello scoro anno. Visto tutto quello che è successo dopo a Claudio Gavillucci, infatti, appare comprensibile il motivo per il quale nessun altro direttore di gara abbia seguito il suo esempio coraggioso, per effetto del quale, al momento, continua ad essere l’unico ad aver avuto l’ardire e gli attributi di sospendere momentaneamente una partita a seguito dei cori discriminatori nei confronti dei napoletani provenienti dalle curve dei sostenitori blucerchiati!!!

Orbene, quello che i falsi moralisti della domenica sera, i benpensanti radical chic da salotto televisivo ed i fortemente miopi, per interessi personali o di categoria, non hanno compreso appieno è che, almeno in questo preciso momento storico, se il nostro campionato vuole davvero tornare ad essere quello che è stato a cavallo tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90, non basta ritrovare l’uguaglianza competitiva. Intesa come necessità di elevare all’ennesima potenza il livello qualitativo medio di squadre e giocatori, cosicchè la corsa allo Scudetto possa essere nuovamente emozionante, invece che appassionare ed esaltare sempre la Vecchia Signora, vicinissima ormai all’ottavo titolo consecutivo di Campione d’Italia. C’è bisogno di una profonda rivoluzione culturale affinchè la Serie A venga considerata un format vendibile, in Italia e all’Estero, capace di suscitare l’appetibilità di sponsor, televisioni e investitori vari. E questa rivoluzione passa prima di tutto per la necessità di isolare i razzisti. Qualsiasi tipo di razzista, però: quello che si ritiene ariano, in quanto bianco e conseguentemente sente fortissimamente l’esigenza di offendere con irridenti suoni onomatopeici un calciatore di colore per un’ora e tre quarti, per il semplice motivo che, per il colore della sua pelle, lo stesso calciatore sembrerebbe poter essere accomunato ad una  scimmia. Ma anche – se non, soprattutto – lo strisciante razzismo di chi considera la propria origine geografica migliore di quella dell’avversario. Non esistono discriminazioni di serie A e serie B. Solo pensarlo, è esso stesso sinonimo di discriminazione. E se tutte le componenti del Sistema Calcio ritengono meritevole di massima tutela gli atti di intolleranza razziale, sarebbe il caso di domandarsi finalmente perché, al contrario, l’odio geografico e territoriale venga trattato ancora alla stregua di semplici manifestazioni di goliardia…

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