Ci vuole tempo per plasmare il Napoli

 di Francesco Infranca

L’Europa League rappresenta per il Napoli l’ultima chance di salvare una stagione che altrimenti rischia di essere etichettata come fallimentare già a marzo. Gli azzurri avevano abbondantemente conquistato la qualificazione già la scorsa settimana a Zurigo, e le profonde differenze sul piano qualitativo palesate dagli elevetici rispetto alla squadra di Ancelotti lasciavano davvero poco spazio all’ipotesi nefasta di subire ieri sera una clamorosa battuta d’arresto al San Paolo. Eppure, c’è tanta amarezza nei tifosi, nutrita dall’eliminazione in Coppa Italia e dal distacco in campionato, che ha raggiunto ormai la doppia cifra, dalla Juventus. A questo punto, tutto l’ambiente è pervaso da una sensazione di strisciante delusione. E le recriminazioni si alimentano con lo sconforto di chi considera il Napoli attuale, meno solido e strutturato rispetto a quello ammirato durante la precedente gestione tecnica. Con Maurizio Sarri in panchina, infatti, la squadra non solo aveva dato l’impressione di aver sempre conseguito il target prefissato in accordo con la presidenza, al netto delle ombre che si sono addensate sullo Scudetto 2017-2018 vinto sul filo di lana dalla Vecchia Signora. Quello che aveva davvero entusiasmato i tifosi era la consapevolezza che la squadra avesse ottenuto il massimo in rapporto alle potenzialità del gruppo allestito dalla direzione sportiva. A tutt’oggi, invece, in tanti (forse troppi…) considerano il Napoli di Carlo Ancelotti un gruppo ancora work in progress, nonostante il comportamento esaltante nel girone di Champions League avesse fatto immaginare ad inizio anno il raggiungimento di chissà quali esaltanti obiettivi. E’ lecito, quindi, chiedersi se i dubbi sulla effettiva tenuta della squadra affidata al tecnico di Reggiolo siano mentali, piuttosto che di natura più marcatamente tecnico-tattici.

In realtà, la prima cosa da tenere a mente è la netta distinzione tra le due impostazioni dottrinarie. Se il cd. Sarrismo ha più volte dato l’impressione di essere una filosofia immutabile, rigida nell’applicazione pedissequa dei suoi principi, ad Ancelotti deve essere riconosciuto il merito di aver provato a plasmare il Napoli ad immagine e somiglianza dei giocatori che la società gli aveva messo a disposizione. E’ innegabile che la migliore espressione della squadra messa in campo dal tecnico di Reggiolo quest’anno sia stata quella schierata con un 4-4-2 non tradizionale nella interpretazione delle due fasi di gioco, bensì assai fluido e malleabile. Con Maksimovic nell’insolito ruolo di laterale destro difensivo e Fabiàn Ruiz quarto a sinistra – “finto esterno” – nella linea mediana: due idee che hanno ispirato Ancelotti per rendere la sua squadra meno leggibile nello sviluppo situazionale della gara. In fase di non-possesso, infatti, l’accorgimento di far stringere verso il centro Maksimovic ha garantito agli azzurri la superiorità numerica difensiva, per effetto dello scivolamento dell’intero reparto, in modo da formare una vera e propria difesa a tre, con il serbo affiancato ad Albiol e Koulibaly. L’allenatore emiliano, inoltre, è stato bravo a percepire che l’assetto offensivo del Napoli, accantonato il tridente, dovesse cambiare radicalmente, favorendo la ricerca del gioco di posizione, in modo da compensare le caratteristiche dei terzini e la risalita della palla dal basso attraverso le catene laterali. Una struttura di gioco che ha favorito ed esaltato i movimenti di Fabiàn Ruiz, quando lo spagnolo, partendo largo in fascia, si accentrava nello spazio intermedio sul proprio lato, soddisfacendo con un unico movimento, ben due bisogni. Innanzitutto, liberare campo per la sovrapposizione di Mario Rui o Ghoulam, così da garantire ampiezza alla manovra d’attacco. Al contempo, creare superiorità tra le linee, attaccando lo spazio alle spalle del centrale di centrocampo avversario. Una circostanza ha accomunato le due necessità: il fatto che quando l’ex Betis Siviglia si abbassava per effettuare un ribaltamento del gioco, oppure si faceva trovare tra le linee, Callejon rimanesse comunque più largo, per fornire un riferimento sul cambio di campo.

E’ innegabile quanto le scelte societarie, che hanno avallato la partenza del tanto vituperato Hamsik, nonché consentito ad Albiol di operarsi per risolvere definitivamente l’annoso problema al tendineo rotuleo, abbiano obbligato Ancelotti a ridisegnare una squadra che comunque non aveva ancora trovato una struttura ideale, rispolverando Hysaj, in alternanza con Malcuit e spostando Fabiàn Ruiz in posizione di “pivote”. I limiti del terzino albanese sono noti a tutti, come del resto le amnesie ricorrenti nel corso della stessa partita. Ben più oneroso  l’accentramento dello spagnolo, che ha sicuramente piedi deliziosi, tecnica di base finissima, capacità di palleggio sontuose e abilità tattiche sopraffine. Ma appare un po’ “appesantito mentalmente” dalla necessità di far girare la squadra, dando al Napoli le giuste distanze e geometrie, limitando così il suo apporto in termini di fantasia negli ultimi trenta metri avversari.

Tuttavia, al netto della differenze ideologiche tra Sarri e Ancelotti, su tutte, la diversa capacità di risalire velocemente il campo attraverso appoggi corti e attaccare con rapide transizioni, tipiche dell’attuale allenatore del Chelsea, proprio un tema tattico ricorrente accomuna i due Napoli: il cambio di gioco verso il lato debole. L’anno scorso gli azzurri in fase di costruzione muovevano la palla sostanzialmente per spostare gli avversari dalle zone di competenza, creando lo spazio necessario per l’imbucata vincente. Il Napoli era assai sbilanciato sul lato sinistro, dove il terzetto Ghoulam-Hamsik-Insigne palleggiava con il classico movimento palla avanti-dietro-dentro, per attirare la pressione della controparte proprio su quel lato, scoprendo conseguentemente quello opposto. Gli automatismi della catena di sinistra, dunque, servivano ad aprire il lato opposto del campo, favorendo i tagli centripeti di Callejon alle spalle della linea difensiva avversaria. Ancelotti non ha fatto altro che rielaborare questa traccia, aggiungendovi la variante Malcuit, vale a dire un terzino dotato di “gamba” e forza fisica, che attacca bene la profondità.

In definitiva, quello che appare deficitario nel Napoli attuale non è tanto il possesso, poiché il fraseggio resta il marchio di fabbrica di questo gruppo, quanto la qualità del palleggio. Sembra che gli azzurri spostino la palla da un lato all’altro del terreno di gioco senza grosso costrutto, cioè “solo” per muoverla, invece che al fine di creare spazi vitali da attaccare ed in cui inserirsi. Ergo, uno sterile tiki-taka, poco funzionale a disorganizzare lo schieramento difensivo avversario. Chissà se un ritorno all’antico, con Fabiàn Ruiz nuovamente schierato come “finto esterno”, associato all’attribuzione di maggiori responsabilità in tema di costruzione del gioco e gestione del ritmo a Diawara possa essere quell’alternativa tattica in grado di consentire ad Ancelotti di sviluppare la sua idea di calcio.

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